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A cavallo del nuovo millennio
Maurizio Comandini
A cavallo del nuovo millennio.
Il filo che lega assieme questi dieci album è semplicemente rappresentato dalla loro
contemporaneità. Sono proposte molto recenti, registrate nel nuovo millennio, da artisti
noti e meno noti. Proposte che si muovono fra solchi già tracciati e nuove intuizioni,
tra stralunata trance music, etereo classicismo, fervida sperimentazione e immediata
ricerca del groove. Un bel polverone, insomma, da quale non è semplice districarsi e
individuare le direttrici di marcia per la musica che se ne sta nascosta nell'immaginario
degli artisti, pronta a scattare fuori alla prima occasione opportuna. Proviamo ad
approfondire...
Laughing Barrel di Ron Miles (Sterling Circle) è il
nuovo album del trombettista che si è ben distinto, a metà degli anni novanta, nei gruppi
di Bill Frisell e di Don Byron. Dopo l'album in duo con Frisell
pubblicato dalla stessa casa discografica (Heaven), in
questo caso il
trombettista si presenta alla testa di un bel quartetto, con un progetto che gli consente
di riprendere il discorso iniziato con due ottimi album pubblicati dalla
Gramavision (My Cruel Heart del 1996 e Woman's Day dell'anno
successivo). La decisione di vivere a Denver, nel Colorado, dove Ron Miles
insegna, è una precisa scelta di campo che si riflette anche sulla sua musica,
che appare originale e ben strutturata. Miles è molto attento alle possibilità di
integrare elementi folk in un impianto di base che è di taglio assolutamente jazzistico.
Questo mantiene la musica ancorata ad una tradizione decisamente urbana che stavolta va però
in contrasto con le scelte stilistiche e timbriche del leader che portano a
scenari caratterizzati da larghi spazi e tranquille emozioni. A cavallo di tale
deliziosa dicotomia si inseriscono i tre partner scelti per l'occasione. Il chitarrista
Brandon Ross fa emergere sapientemente le sue radici blues dentro ad un suono che
riesce ad essere allo stesso tempo aggressivo ma anche ben controllato e alterna assoli
brucianti, a volte persino psichedelici e rockeggianti, con momenti delicati e profumati
di sapori rurali; il bassista Anthony Cox e il batterista Rudy Royston
assecondano alla perfezione i due front-men, evitando di strafare, restando flessuosi e
ben sintonizzati su quello che sta accadendo attorno a loro. Una bella proposta che mette
in evidenza come le nuove sintesi possano arrivare dai posti più improbabili, anche se
forse questa è solo una delle eccezioni che confermano la regola.
Matthew Garrison è il semplicissimo titolo che il giovane bassista, figlio del
compianto Jimmy Garrison, ha scelto per il suo primo album da leader. Se lo è
anche prodotto e pubblicato (per la sua Garrisonjazz) e lo vende attraverso le
nuove possibilità offerte dalla rete. L'album è una sorta di campionario delle numerose
situazioni musicali in cui Matthew Garrison si è trovato ad interagire e nei dieci
brani presentati si alternano molti musicisti, in formazioni allargate e in piccoli
gruppi, sino ad arrivare ai duetti. Ma l'impressione generale è decisamente unitaria, con
le varie composizioni e gli arrangiamenti, tutti scritti dal leader, che si presentano
come tanti petali che racchiudono un unico cuore. Ci troviamo in area fusion, intesa nel
senso più allargato possibile che si deve dare a questa definizione. I vari Scott
Kinsey (alle tastiere), David Binney (al sax alto), Adam Rogers e
David Gilmore (alle chitarre), Gene Lake e Ben Perowsky (alla
batteria) si alternano con altri musicisti meno noti nella costruzione di una trama che
diventa un perfetto veicolo per i virtuosismi di Matthew Garrison. In questi dieci
brani troviamo spesso utilizzate le percussioni multietniche di Arto Tuncboyacian
e la voce e il sitar di Amit Chaterjee (entrambi preziosi collaboratori, assieme
allo stesso Garrison, di recenti progetti di Joe Zawinul). E proprio la
multietnicità che guarda verso l'oriente pare essere una delle linee guida che sostengono
questo lavoro. Il leader è sempre in particolare evidenza e la sua tecnica impressionante è
sempre esibita con orgoglio. Fortunatamente questo non va a discapito della musicalità e
della costruzione dei brani, che sono ben incastrati fra di loro per raggiungere un
effetto corale di assoluto valore.
Everything Will Be Allright è accreditato al saxofonista danese Jakob
Dinesen e al chitarrista americano Kurt Rosenwinkel (la casa discografica è la
Stunt Records, una emanazione della danese Sundance). Si tratta di un album
di jazz mainstream preso con passione e impegno, ben eseguito da validi musicisti,
impegnati in nove composizioni che alternano brani originali scritti dal saxofonista e
standards provenienti dal repertorio di Wayne Shorter ("Limbo"), Bill Evans
("Time Remembered"), John Coltrane ("26.2") e Django Reinhardt ("Nuages").
Sono della partita anche il bassista Anders Christensen e il batterista Kresten
Osgood, ben amalgamati in un quartetto che prima di registrare questo album si è a
lungo esibito dal vivo, trovando un eccellente livello di interplay e coesione.
Il mix
mette particolarmente in luce il batterista (visto di recente in Italia nei ranghi del
Michael Blake's Blake Tartare),
un musicista dotato di una personalità già
ben delineata, del quale probabilmente sentiremo ancora parlare. Pur non uscendo mai dai
binari caratteristici dello stile centrale della musica jazz, i quattro sanno muoversi
con energia, convinzione e flessibilità, seppure con poca propensione al rischio e alla
scoperta di territori nuovi. Il chitarrista conferma di essere una delle voci più
interessanti nel panorama dei nuovi interpreti dello strumento, ma ribadisce anche la sua
propensione a restarsene in un territorio noto, più interessato a reinterpretare la
tradizione della chitarra jazz, piuttosto che a reinventarla. I tre danesi sono
musicisti di ottimo livello, ben amalgamati, solidi, concreti, probabilmente in grado di
prendere rischi maggiori di quelli qui affrontati. Il clima è piuttosto sostenuto e,
anche se non mancano ballad, tempi latini e ternari, la tendenza generale è orientata ad
un approccio energetico, più verso l'up tempo che non verso soluzione intimiste e
rarefatte. Niente di nuovo sotto al sole, ma comunque un album ben eseguito di musica che
si ascolta sempre con piacere.
Secret Corners del chitarrista torinese Claudio Lodati (CMC Records)
segna un punto di sintesi del lavoro trentennale di questo musicista
che già a vent'anni aveva fondato, con Carlo Actis Dato, Enrico Fazio e
Fiorenzo Sordini l'ormai storico gruppo Art Studio.
Per questo album
Lodati si presenta in perfetta solitudine, con la sua fida chitarra e un po' di
aggeggi elettronici che gli consentono, assieme alla tecnica delle sovraincisioni, di
essere allo stesso tempo solista e accompagnatore. Il contesto è quello della
sperimentazione, a volte impervia e introversa, a volte energica e accattivante, ma non
mancano divagazioni in territori contigui a quelli della
chitarra jazz intesa in senso canonico, come ad esempio succede con la iniziale "Estate"
di Bruno Martino (è l'unico brano non scritto da Lodati stesso) e anche in
sezioni di altri brani (la parte iniziale di "Fidel", per esempio).
Il caleidoscopio
sonoro che ci troviamo di fronte se ne va spesso in direzione di quell'art rock
sperimentale (pensiamo a Fred Frith, ma anche ai momenti più cerebrali del
compianto Frank Zappa e a certe incursioni da guastatore di Robert Fripp)
che certamente non dispiace al chitarrista italiano. Un paio di brani arrivano da
registrazioni live, mentre gli altri sono stati costruiti, con certosina pazienza, in
studio. Poco meno di cinquanta minuti di musica scoppiettante, molto personale ma allo
stesso tempo fruibile e di impatto. L'emergere di uno spigoloso fraseggio blues, dopo le
elucubrazioni looppate della parte iniziale di "Soffici Soffi" è esemplare da questo
punto di vista e il climax raggiunto è allo stesso tempo torrido e tormentato.
Un'esperienza solitaria davvero interessate e matura.
Conjunction del trio Mike Clark / Paul Jackson / Marc Wagnon
(pubblicato da Buckyball Records) è una ulteriore ottima prova discografica
proposta dalla label americana fondata dal vibrafonista svizzero Marc Wagnon e
dalla moglie Sarah Pillow. La libertà progettuale assicurata dalla mancanza di
intermediari fra gli artisti e gli ascoltatori viene gestita al meglio per questi album
sempre ben a fuoco, pronti a cavalcare intuizioni e strutture che si rinnovano e si
nutrono di fermenti culturali 'alti' e grande virtuosismo strumentale.
Mike Clark e
Paul Jackson (rispettivamente batterista e bassista) sono una sezione ritmica da
sogno, tutta spostata verso l'area funky, divenuta celebre soprattutto per l'avventura
con gli Headhunters, il solidissimo gruppo che Herbie Hancock creò nella
prima parte degli anni settanta. Le loro trame sono fitte, secche, durissime, una vera e
propria macchina da ritmo che sa farsi sempre elemento di spinta inarrestabile, senza
perdere in flessibilità. Tirato dentro in questo ciclone impulsivo, Marc Wagnon dà
il meglio di se con il suo vibrafono sempre ai limiti, sia da un punto di vista della
tecnica strumentale, sia da quello delle possibilità tecnologiche, visto che il
suo strumento gode di una perfetta implementazione MIDI che gli consente di pilotare i
suoni immagazzinati negli expander e nei computer, allo stesso modo di quello che
potrebbe fare un tastierista.
Per rendere il piatto ancora più prelibato e vario quattro
ospiti si alternano in tutte le tracce, spesso sovrapponendosi. E sono ospiti di assoluto
valore: si va da David Fiuczynski alla chitarra elettrica a Jed Levy al sax
tenore, da Josh Roseman al trombone a Chris Speed al sax tenore e al
clarinetto. Il chitarrista è impegnato sia in appropriate parti ritmiche che in
brucianti assoli, che sono appannaggio anche dei tre fiati. Non è una musica basata
semplicemente sul jazz-rock funky che appartiene al DNA della sezione ritmica. Le composizioni
sono intricate, piene di parti ritmicamente spezzettate e anomale, suggestioni multi-etniche, divagazioni
in aree sperimentali, impasti timbrici lussuosi. Una via originale e impetuosa per la vera fusion del nuovo
millennio.
Cape Town Shuffle di Ernest Dawkins (Delmark) sposta l'asse
della musica verso la sua componente dionisiaca e carnevalesca. Registrato dal vivo
all'HotHouse di Chicago nell'agosto del 2002, questo album vede all'opera il quintetto
denominato New Horizons Ensemble guidato dal saxofonista Ernest Dawkins, un
veterano della scena chicagoana, con interessi che lo vedono attivo anche in campi
artistici paralleli alla musica come la poesia e la danza, come del resto è tradizione
degli artisti coinvolti nel progetto AACM, la vera driving force della musica afro-
americana degli ultimi quarant'anni.
Dawkins alterna sax alto e sax tenore, ben
sostenuto dalla ritmica proteiforme e accattivante del bassista Darius Savage e
del batterista Avreeayl Ra. Il gruppo è completato dal trombettista Ameen
Muhammad e dal trombonista Steve Berry. Nel brano "Jazz to Hip Hop" si
aggiunge il giovanissimo poeta rapepr Kahari B., figlio di Mwata Bowden (lo
ricordiamo con il gruppo 8 Bold Souls). La musica si nutre di suggestioni
provenienti dal Sud Africa (nazione che Dawkins è solito visitare due volte
all'anno, dal 1997 in poi), mischiate con le tradizioni carnevalesche di New
Orleans, i ritmi ancestrali provenienti da oscure tribù senegalesi e dall'Africa in
genere, la ripetitività delle frasi ritmiche e la grande energia tipica del rhythm 'n'
blues, gli impasti grassi dei tre ottoni, tutti in grado di sparare torridi assoli (con
particolare menzione per l'aggressivo trombone di Barry) e allo stesso tempo
gioiosamente eccitati dal lavoro collettivo di sostegno al solista di turno Il tutto
immerso nella tradizione del jazz contemporaneo, con brandelli di temi ben noti che
occhieggiano qua e là e riferimenti ben motivati ai grandi maestri. Qui vengono
esplicitamente citati Eric Dolphy e Thelonious Monk, ma di sicuro non
sarebbe difficile immaginare una dedica per Charles Mingus, per Sun Ra, per
Sonny Rollins, per Archie Shepp e per tanti altri. Una musica che non si
può ascoltare con indifferenza, vista la forza coinvolgente e contagiosa che la domina.
Grande musica nera, ancora una volta.
Standards di John Stetch (Justin Time) è il
secondo volume di una trilogia di opere di piano solo, iniziata
con Ukranianism,
album uscito circa un anno fa, che ha raccolto grandissimi consensi. Questo pianista
canadese di lontane origini ucraine ha il coraggio di reinterpretare in maniera
decisamente radicale melodie e composizioni appartenenti alla tradizione della musica
popolare e della musica jazz. Se nell'album precedente il pianista era partito da brani
folk della terra di origine dei suoi antenati, qui affronta invece sei standards
battutissimi (da "All the Things You Are" a "Stella by Starlight" e così via), due
composizioni di Charlie Parker ("Moose the Mooche" e "Segment"), un brano di
Monk ("Pannonica") e aggiunge un breve interludio liberamente improvvisato al
momento della registrazione, che è avvenuta a fine dicembre del 2001, a Chestnut Ridge,
nello stato di New York.
Ma le celebri composizioni, utilizzate in questo album, sono in
realtà solo un pretesto per far partire un'opera di decostruzione e riassemblaggio
angolare, ingegnoso, affascinante. Le armonie vengono alterate, smontate, ribaltate,
esplose. E le linee melodiche sono frantumate, messe da parte e poi riprese quando meno
te lo aspetti, con incursioni nelle parti più estreme del registro dello strumento e
divagazioni che scavano nella componente rumoristica del suono. Il
tutto avviene con una fluidità e padronanza tecnica di assoluto valore, con uno stile che
è allo stesso tempo originale e autorevole, già ben maturo e consolidato. Uno stile che
si nutre di influenze disparate che pescano anche nel mondo della musica classica
(Bartok, Dubussy) ma che fondamentalmente parte della grande tradizione che
il pianoforte ha radicato nella musica jazz d'autore. L'ultimo volume della serie sarà
dedicato esclusivamente a Thelonious Monk, un pianista con il quale Stetch ha sicuramente alcuni
punti in comune. Non è un caso il fatto che l'esecuzione
di "Pannonica", almeno nella parte tematica, è quella che meno si allontana
dall'originale di partenza, già sufficientemente angolare e stralunato. Ne vedremo delle
belle.
Breathe di Janka Flachsmann e Marco Dreifuss (Altrisuoni) è un album che
si nutre di suggestioni jazzistiche (il
repertorio è composto principalmente da standards) che però si manifestano in uno
scenario di algida classicità molto più vicino alla musica contemporanea che non a quella
afro-americana. La cantante tedesca (da tempo residente in Svizzera) è dotata di
una voce ben impostata e controllata, più emanazione della mente che non del cuore. Il
pianista rimane ancorato a canoni classicheggianti e ha essenzialmente un ruolo di
sostegno e contorno, anche se non mancano alcune sue escursioni in solo.
In questo
Breathe assistiamo ad una rilettura al contrario che estrae da un repertorio
jazzistico una sorta di essenza classica ed europea. I brani selezionati sono
caratterizzati da una vena lirica ben avvertibile e spaziano fra composizioni che
arrivano dalla tradizione degli anni trenta e quaranta ("You Don't Know What Love
Is", "Old Devil Moon", "Nature Boy"), dalla musica brasiliana ("How Insensitive") e dal
jazz più vicino a noi ("Lonely Woman" di Ornette Coleman, "Afro Blue" attribuita a
John Coltrane anche se in realtà era stata scritta da Mongo Santamaria, "My
Song" di Keith Jarrett, "Falling Grace" di Steve Swallow). Non mancano un
paio di composizioni del pianista, prese in solo ("Bella by Starlight" e "Beautiful Thing")
che, fin dal titolo, sono un chiaro omaggio a standard battutissimi, e una composizione
della cantante ("Just Not Far").
Flora del trio Tomas Sauter Tranceactivity (Altrisuoni) è un ottimo album
di un gruppo svizzero forse poco noto (aveva
comunque già pubblicato un CD per la Brambus Records) ma decisamente interessante.
I tre si concentrano nell'esplorazione della parte più sperimentale associata alla groove
music (che loro chiamano trance activity). I brani emergono da piccole intuizioni, spesso
più legate ai timbri e alle manipolazioni ritmiche che non alle componenti tematiche. Il
chitarrista Tomas Sauter non è certamente un mostro di tecnica, ma sa usare
bene tutte le sue capacità per governare un suono che da minimale spesso si
fa impetuoso e aggressivo, per poi tornare ad essere quieto e pensoso, immerso nei loop e
nelle stratificazioni ritmiche che non si vergognano di prendere a prestito piccoli
rumori e grumosità pescati nell'ambiente circostante.
Il bassista Urban Lienert e
il batterista Christoph Staudenmann formano una copia molto affiatata, capace di
fornire la giusta circolarità al ritmo, con un approccio che spesso fa pensare alle
coppie più affiatate della musica drum 'n' bass. I dodici brani sono per la maggior parte
composti dal chitarrista, ma non mancano due composizioni scritte dal batterista e quattro
accreditate al gruppo. Da tenere d'occhio.
Sito di Matthew Garrison:
www.garrisonjazz.com
Sito di Claudio Lodati:
www.lodati.com
Sito della Sterling Circe Records:
www.sterlingcircle.com
Sito della Buckyball Music:
www.buckyballmusic.com
Sito della Delmark Records:
www.delmark.com
Sito della Sundance Records:
www.sundance.dk
Sito della Justin Time Records:
www.justin-time.com
Sito della Altri Suoni:
www.altrisuoni.com
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