Dicembre 2002
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Guida ai CD fondamentali: Eric Dolphy
Enrico Bettinello
La terza Guida ai CD fondamentali dei maestri del jazz (prodotte da All About Jazz
Italia e dalla SIdMA) affronta la produzione discografica di un musicista che ancora non
ha trovato il giusto riconoscimento. La figura di Dolphy è schiacciata dalla vicinanza
degli altri grandi innovatori degli anni Sessanta, oltre che dalla brevità del percorso
umano del musicista, scomparso nel 1964, a soli trentasei anni. Eppure uno studioso del
calibro di Gunther Schuller - che con Dolphy ha inciso, oltre a intrattenere un intenso
rapporto umano - affermava in un colloquio privato che lo sfortunato polistrumentista non
era in alcun modo inferiore a John Coltrane, come tecnica o concezione musicale.
Speriamo, con questa guida, di indirizzare il pubblico verso la conoscenza di un
musicista che ha ancora molto da comunicare a chi il jazz lo ama e lo pratica.
Buona lettura,
Valerio Prigiotti
Eric Dolphy. Parte Prima
Nonostante occupi poco più di sei anni, dalla primavera del 1958 al giugno del 1964,
senza considerare le apparizioni alla fine degli anni '40 con Roy Porter o
Gerald Wilson, non è facile sintetizzare la carriera, la discografia e tantomeno
l'eredità della musica di Eric Dolphy.
Il sassofonista, clarinettista e flautista di Los Angeles ha lasciato un segno profondo,
non solo nelle incisioni a proprio nome, ma anche in quelle di due maestri assoluti quali
John Coltrane e Charles Mingus, nonché in altre collaborazioni.
Poco più di sei anni dicevamo, una tecnica sbalorditiva e un'umanità dolcissima e
generosa - è il costante ricordo di chiunque lo abbia conosciuto - per avviare una delle
più oscure rivoluzioni nella storia del jazz [negli stessi anni di Ornette
Coleman, di Coltane, di Cecil Taylor], senza apparentemente stravolgere
le linee guida del jazz dell'epoca, se non nella straordinaria incisione di «Out To
Lunch», ma in realtà ponendo tanti semi che il jazz a venire ha iniziato a
raccogliere - talvolta inconsciamente - solo dopo la sua morte.
Questa guida ha lo scopo di indicare i passaggi fondamentali della discografia di Dolphy,
lasciando poi al lettore il piacere di scoprire un po' alla volta il meraviglioso mondo
musicale che questo immenso musicista ha lasciato. Nella prima parte ci occuperemo
della produzione a suo nome, nella seconda segnaleremo i dischi con Mingus, Coltrane e
altri, oltre a fornire informazioni di carattere bibliografico e web.
Outward Bound [OJCCD - New Jazz]
La prima incisione a nome Eric Dolphy è questo «Outward Bound» che la
Prestige gli accorda di incidere il 1 aprile 1960, dopo che il sassofonista ha
lasciato il gruppo di Chico Hamilton e si è stabilito a New York.
Una ritmica solida - con George Tucker al basso, Jaki Byard al piano e lo
scoppiettante drumming di Roy Haynes - consente a Dolphy e al suo compagno
di stanza Freddie Hubbard [tromba in apparenza poco assimilabile al mondo del
leader, in realtà presente spesso e con profitto al suo fianco] di disegnare
quattro brani originali e due standards. G.W. è un tema angoloso che
spinge il solismo di Dolphy verso nuove direzioni, in cui l'influenza parkeriana è
integrata e superata da una più ardita concezione intervallare; Les è un rapido
profluvio di note, 245 un anomalo blues e Miss Toni un ironico quadretto
che l'uso del clarinetto basso - non ancora del tutto spregiudicato - rende lieve e
beffardo.
Gli standard sono Green Dolphin Street e una Glad to Be Unhappy cui il
flauto dona una dolcezza un po' malinconica.
Out There [OJCCD - New Jazz]
Tornato dalla prima avventura europea con Mingus, Dolphy registra nell'agosto 1960 un
disco in quartetto con Ron Carter al violoncello, George Duvivier al
contrabbasso e Haynes alla batteria: formazione in parte vicina a quelle di Hamilton
e che suona in modo un po' espressionista, privilegiando toni scuri e densi che esaltano
ancora di più la spigolosità delle linee del leader [che parallelamente sta
acquisendo maggior coraggio nell'impiego dei propri mezzi].
Se a questo si aggiunge la grande libertà armonica - di rado il violoncello assume la
relativa funzione di sostegno - e l'uso di note sporcate e dall'intonazione incerta, il
lavoro si presenta come una sorta di "avanguardia da camera" che consente a Dolphy di
prendere le misure del proprio timbro e delle possibilità "spaziali" delle contorte linee
solistiche. Tra gli autori dei brani spiccano il cupo Mingus di Eclipse, il
Randy Weston di Sketch of Melba [delizioso ritratto al flauto], e Dolphy
contribuisce con una manciata di originali tra cui il classico Serene.
Soffusi lavori in corso…
Eric Dolphy with Booker Little - Far Cry [OJCCD - New Jazz]
Il primo disco del breve, ma intenso sodalizio con la tromba di Booker Little
viene registrato il 21 dicembre 1960: non si tratta di un mero dettaglio cronologico,
perché Dolphy nella stessa giornata aveva avuto pure un altro impegno, cioè
registrare «Free Jazz» con il doppio quartetto di Ornette Coleman! [il
giorno prima era stato il turno di Gunther Schuller e le sue «Jazz
Abstractions»...]. Solo pensare come nel giro di 48 ore Dolphy sia riuscito con
naturalezza a essere il protagonista di tali storiche situazioni è cosa che stupisce
ancora oggi.
Venendo al disco in questione - uno dei più belli in assoluto della produzione dolphiana -
risalta subito la simbiotica sintonia con Little, il cui stile, allentando
progressivamente il legame con l'ispirazione di Clifford Brown, acquista quel
carattere pensoso e denso che rimarrà la sua caratteristica fino alla prematura
scomparsa, disegnando assoli di particolare espressività e trovando un amalgama speciale
nei temi all'unisono con Dolphy. La ritmica, con Jaki Byard, Ron Carter e
Roy Haynes, è perfetta nel fornire al leader uno swing asciutto e
pulito, ma riesce al tempo stesso ad adeguarsi agli sviluppi della musica.
I primi due brani, firmati dal pianista e dedicati a Charlie Parker, vedono Dolphy
al clarinetto basso, particolarmente sciolto e avventuroso nell'improvvisazione - avendo
suonato poche ore prima in «Free Jazz» la cosa non dovrebbe stupire poi molto - e
commovente al flauto nella meravigliosa Ode to Charlie Parker, dove vola a
raggiungere il canto degli uccelli.
Seguono la title-track - che si rivela essere Out There dal quartetto
dell'agosto precedente con Carter al violoncello - e la sghemba melodia di Miss
Ann, brani che rappresentano assai bene l'estetica di Dolphy in quel periodo, legata
alla tradizione dal punto di vista ritmico e formale, ma segnata da linee improvvisative
ardite e inconsuete, piene di salti e note che si slabbrano con un sensazionale effetto
drammatico. Ancora flauto, dolcissimo, in Left Alone e clarinetto basso, acidulo e
vibrante in It's Magic e nella straordinaria Serene, senza dimenticare una
Tenderly in totale solitudine al contralto che è insieme un omaggio alla bellezza
della canzone e un'esplosione di libertà.
Imprescindibile.
Live At The Five Spot [3 voll. OJCCD - Prestige]
Una notte al jazz club: 16 luglio 1961, la musica nella sua dimensione più
vera, con un pianofortaccio scordato [ridacchiando come solo lui sa fare, il compianto Mal
Waldron mi ha di recente ricordato quanto suonasse male quello strumento!], ma cinque
musicisti che la Prestige riesce a cogliere in uno di quei momenti magici che
difficilmente si ripetono [anche perché la formazione inspiegabilmente, non prosegue poi
assieme l'avventura].
Con Dolphy, Booker Little e Mal Waldron, ci sono Richard Davis al basso e la
batteria indimenticabile di Ed Blackwell: ne vengono fuori tre dischi genuini e
scoppiettanti dal palcoscenico del Five Spot [dove il gruppo si esibisce per un paio di
settimane], con lo swing ironico di Potsa Lotsa, le escursioni in 3/4 di Fire
Waltz o Booker's Waltz, il pedale di Bee Vamp su cui prima Little, poi
Dolphy al clarone tessono linee angolose, il lucido espressionismo del tema di The
Prophet, l'incedere serrato di Aggression, una Like Someone in Love al
flauto alla quale l'imperfetto equilibrio degli strumenti toglie forse l'alone di incanto.
In mezzo, le voci, i rumori del club, l'emozione che risucchia a ogni ascolto verso
quella serata d'estate…
[N.B. Status Seeking e il clarinetto basso solitario di God Bless the
Child, anch'essi registrati in quella serata, si trovano nella raccolta Here and
There - Prestige / OJCCD - insieme ad outtakes di altre sedute di
registrazione]
Eric Dolphy In Europe [3 voll. OJCCD - Prestige]
Nel suo secondo viaggio in Europa - il primo, con Charles Mingus, era stato l'anno
precedente - Eric Dolphy passa per Copenhagen dove registra con alcuni musicisti
locali: il pianista Bent Axen, il bassista Erik Moseholm e il batterista
Jorn Elniff. Non sono dei fuoriclasse, ma lo stimolo di suonare con Dolphy e una
continua attenzione reciproca [che deve essere stata favorita dalla proverbiale buona
disposizione del polistrumentista] fanno di queste sedute una raccolta di diversi spunti
e momenti pregevoli, sia per la possibilità di ascoltare Dolphy come unico fiato, sia
perché le strutture fondamentalmente tradizionali e il limitato ardimento dei compagni di
viaggio pongono in maggior evidenza tutta una serie di finezze solistiche.
Spiccano When Lights Are Low al clarinetto basso, ancora una God Bless the
Child solitaria, splendida, un duetto flauto/contrabbasso con l'ospite Chuck Israels.
The Illinois Concert [Blue Note]
La più recente scoperta degli archeologi dolphiani è questo concerto
registrato all'Università dell'Illinois, in compagnia di un giovanissimo Herbie
Hancock al piano, di Eddie Kahn e J.C. Moses alla ritmica,
raggiunti in due brani dagli allievi dell'ateneo, tra i quali si riconosce il nome di
Cecil Bridgewater: apertura per Softly as in a Morning Sunrise, poi,
all'improvviso, spunta un accenno di Something Sweet, Something Tender - la
ritroveremo ufficialmente solo in «Out to Lunch» - che sfocia in un'altra versione
[siamo a quota quattro] di God Bless the Child per solo clarone. Infine Iron
Man e South Street Exit - il flauto è un po' penalizzato dalla ripresa
sonora - che ritroveremo nel disco «Last Date». Al workshop con gli allievi
dell'università Dolphy dedica G.W. - che va a ripescare uno dei primi
arrangiamenti per orchestra scritti studiando con il destinatario del pezzo, Gerald
Wiggins e Red Planet, brano famoso per avere mutato con il corso del tempo
titolo e autore, dal momento che è la stessa Miles' Mode che compare
in «Coltrane» della Impulse! - e davvero poco coltraniano sembrava quel
tema…
Oltre a tutte queste curiosità, la ristampa si segnala come ulteriore tassello di un
periodo in cui non sono tante le registrazioni di Dolphy a proprio nome [in quel periodo
lavorava con Freddie Hubbard e con l'Orchestra USA] e ci
presenta un musicista che sta assemblando i pezzi delle tante esperienze in modalità che
tendono sia alla continua personalizzazione del materiale improvvisato, sia al tentativo
di incominciare a forzare anche gli aspetti formali della propria musica.
Conversations [etichette diverse]
Questo disco - uscito per varie etichette e con registrazioni della qualità più
disparata - offre uno spaccato del lavoro che Dolphy stava portando avanti nella tarda
primavera del 1963, prima del ritorno con Mingus: con lui un giovanissimo Woody
Shaw [[per sostituire un Booker Little la scelta sembra davvero felice e
consequenziale], Bobby Hutcherson al vibrafono, Eddie Khan o Richard Davis
al basso, J.C. Moses o Charles Moffett alla batteria. In Music
Matador ci sono anche Prince Lasha, Sonny Simmons e Clifford
Jordan.
Registrazioni che seguono un periodo di relativo silenzio e che mettono diversa carne al
fuoco, dalla frizzante versione di Jitterbug Waltz all'avant-calypso della già
citata Music Matador, ma che culminano in una versione per solo contralto di
Love Me e in un duo con il contrabbasso di Davis che dà un significato definitivo
al titolo Alone Together.
Sembrano istantanee di un musicista in transito, sono in realtà isole di musica la cui
sporadicità nulla toglie al valore complessivo.
Out to Lunch [Blue Note]
Nel febbraio del 1964, poco prima di intraprendere la tournée europea nel gruppo di
Charles Mingus - viaggio che, sappiamo, sarà senza ritorno - Dolphy entra in
studio per registrare quello che, a conti fatti, è il suo disco più famoso e
rappresentativo, ma anche probabilmente quello meno compreso [perché è frequente che si
citino «Free Jazz», «Ascension» o «Out to Lunch» come dischi
cardine del jazz senza averli ben compresi o ascoltati - per leggere un'approfondita retrospettiva di Out to Lunch,
clicca qui].
In effetti si tratta di un disco non facile, con più di qualche elemento spiazzante - e
la copertina, con l'orologio dalle tante lancette a indicare l'improbabile orario di
riapertura, lo sta a testimoniare!
L'etichetta è la Blue Note e nel gruppo ci sono la tromba dell'amico di sempre
Freddie Hubbard, il vibrafono di Bobby Hutcherson, il basso di Richard
Davis e la batteria dell'allora ragazzo prodigio Tony Williams.
La storia di questo disco è difficile da valutare, dal momento che quello che sembra un
punto di [ri]partenza nella musica di Dolphy, si rivela invece - a causa della successiva
scomparsa - un punto d'arrivo, considerato come il vertice oltre il quale forse il
sassofonista non sarebbe potuto andare.
Questo si deve principalmente al fatto che le strutture dei brani di «Out to
Lunch» sembrano esili pretesti per una sorta d'improvvisazione collettiva, un
approccio free in leggero ritardo rispetto ai colleghi, quasi una naturale
adesione al clima dell'epoca: così non è in realtà, poiché Dolphy, quando scrive questi
brani, ha sempre bene in mente il concetto di struttura [per quanto complessa] e il fatto
che l'analisi degli interventi solisti di rado consenta di ricollegarsi chiaramente a una
struttura, non toglie che questa ci sia e che i musicisti l'abbiano bene in testa quando
improvvisano [come ha evidenziato con efficacia Marcello Piras].
Certo, il grado di libertà e di fiducia reciproca è qui al massimo livello, sia nella
bruma sorniona di Hat and Beard che nello swing "ornitologico" di
Gazzelloni, ma soprattutto in quel vero e proprio puzzle sonoro che è la title-
track, angolosa e metricamente composita, quasi che a tratti si smarrisca…
Un disco meraviglioso, un rompicapo sonoro ed emozionale di grande profondità, baciato da
uno stato di grazia collettivo dei musicisti e da un Dolphy che mostra le sue grandi doti
compositive proprio mentre sembra che l'approccio solistico tenti di superarle…
Last Date [Emarcy]
Il disco si chiama «Last Date», ma in realtà non è l'ultima registrazione
conosciuta di Dolphy, dal momento che diversi bootlegs testimoniano le ultime
apparizioni alla radio francese del giugno 1964, una delle quali con Donald Byrd.
Si tratta invece di una breve puntata ad Amsterdam - Dolphy si era stabilito a Parigi
anche per stare vicino alla fidanzata Joyce Mordecai, nella capitale francese per
seguire una scuola di danza - con un quartetto in cui spiccano i nomi [allora non così
noti] di Misha Mengelberg al piano e di Han Bennink alla batteria, oltre al
basso di Jacques Schols.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il disco è ben più che una semplice
testimonianza e offre diversi momenti di gran valore, a partire dall'iniziale
Epistrophy al clarinetto basso, passando per The Madrig Speaks, the Panther
Walks [variante della già conosciuta Mandrake], per il bel tema di Mengelberg
Hypochrismutreefuzz - lo si ritrova anche nel recente disco del pianista con
Dave Douglas - fino a una toccante versione al flauto di You Don't Know What
Love Is, una delle ultime grandi meraviglie che Dolphy ci ha lasciato. Ovviamente il
lavoro intrapreso con «Out To Lunch» non poteva essere approfondito in un paio di
giorni con partners appena conosciuti - e il disco scorre su coordinate più tradizionali
e strutturate - ma quello che Mengelberg e Bennink hanno poi costruito nella loro vita
artistica e musicale è una dimostrazione del valore duraturo di quell'incontro.
[Tra i bootleg degli ultimi giorni in Europa segnaliamo «Naima» -
pubblicato dalla West Wind, non so quanto reperibile ormai - con la title-
track al clarinetto basso e una splendida rilettura di Ode to Charlie Parker
in cui il flauto vola, per una delle ultimissime volte, a toccare il cielo]
Per leggere la seconda parte di questa guida clicca qui
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