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Recensione live

Novembre 2005

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI - Gustav Mahler
Sinfonia n. 9 in re maggiore
Auditorium Giovanni Agnelli - Lingotto - Torino - 25.11.2005


Ermes Rosina

Mahler e il 1909: la sua fine e' gia' stata annunciata, occorre prepararvisi; anche la Finis Austriae e' piu' che una minaccia incombente.
A queste suggestioni ci si richiama, inevitabilmente, quando si parla della Nona Sinfonia.

Rito di morte incombente, esorcismo al disfacimento di una civilta' e dei suoi valori.
Il punto di non ritorno raggiunto dalle frustrazioni di un compositore non sempre compreso nelle sue molteplici sfaccettature (neppure oggi), dal male di vivere di un ebreo sradicato da un piccolo villaggio boemo e integratosi con difficolta' nel cuore dell'Impero Austro-Ungarico.

A prima vista diremmo: tutto vero; si tratta, pero', soltanto di alcuni aspetti biografici e psicologici evocati dall'ampia partitura, spesso corrivamente esasperati da alcune "esegesi".
Tocca ancora a Jeffrey Tate, giusto una settimana dopo l'ottima interpretazione del Canto della Terra , restituire alla Sinfonia una visione piu' analitica ed equilibrata, aiutato in cio' dalla sempre piu' affinata intesa raggiunta con l'Orchestra RAI.

Esemplari sono le battute iniziali dell'Andante, in cui suoni dispersi senza apparente direzione si organizzano secondo un ordine fluido, nel quale trova accoglienza l'intervallo di seconda discendente che, sul modello della beethoveniana sonata per piano "Les Adieux", prolungava, in un clima di incantata sospensione, la conclusione del Lied.

Riecco allora il tema del commiato che, come ci fanno sentire Tate e il melodioso canto degli archi, non e' un "addio" disperato, ma un umanissimo gesto di attaccamento alla vita e di amore per la natura, nella quale il compositore amava immergersi all'epoca della stesura dell'opera durante i suoi soggiorni estivi tra le montagne di Dobbiaco.

Emerge ben presto, tuttavia, il conflitto tutto mahleriano tra quest'aura luminosa e i parossistici slanci che, annunciati dai timpani, si aggirano come oscuri presagi, culminano in crescendo dal turgore sempre piu' angoscioso - ben percepito dagli spettatori piu' ricettivi - sino stabilizzarsi nella lentezza sinistra di un corteo funebre.
Strato su strato, scandita - per dirla con Adorno - dal "ritmo della catastrofe", la tensione si accumula, rendendo talvolta difficile al direttore e all'orchestra districarsi tra i problemi posti dalla complessita' e dalla densita' della pagina, cosicche' qualche smagliatura emerge nel tessuto strumentale.

A brevi passaggi lirici affidati a piccoli gruppi o a solisti, come il violino, o al rapsodico duo tra flauto e corno, si deve, nel finale, il riemergere di un respiro piu' piano e terso.

Aderendo al vitalismo a tratti sulfureo dei movimenti centrali, direttore e orchestrali restituiscono appieno i colori popolareschi di cui sono rivestiti.
Nel suono nasale del fagotto e del controfagotto, affiancati dalla pesantezza degli ottoni e degli archi gravi - ma controbilanciati dalla levita' con cui Tate scandisce il suo tempo ternario - risiede l'elemento caricaturale piu' evidente del secondo movimento, incarnandone alla perfezione il carattere "un po' goffo e molto rude", richiesto dal compositore: aleggia continuamente il simulacro di danze folkloriche, trattati con un'ironia la cui finezza e' eguagliata, forse, soltanto dalla coeva "Petrushka" di Igor Stravinsky.


Di seguito, senza indugiare nel clima di giocosita' allucinanta, arriva, mercuriale e frenetico, il Rondo'-Burlesca.
Ironia era un termine appropriato per il movimento precedente; di grottesco sarcasmo - che sottende uno sberleffo al vano turbinio della vita terrena - si deve parlare ora: con tempi molto serrati e dinamiche forti, anche i contrasti sono piuttosto netti.
A momenti decisamente (ma quanto vuoto suona questo "decisamente"!) altisonanti, si alterna, infatti, il canto dei legni e delle trombe, con il timbro cristallino del glockenspiel e degli archi a trasportarci in climi trasognati, sia pure per brevi istanti, quasi sogni ad occhi aperti inseriti tra una criptocitazione da operetta e fanfare tonitruanti.

Ma ancora migliore, in quanto a precisione e sensibilita', si rivela l'esecuzione dello struggente Adagio conclusivo.
Organismo vivente che pare muoversi e respirare, il movimento finale abbraccia l'Auditorium con un lirismo quasi insostenibile, se non fosse per il senso delle proporzioni architettoniche con cui Tate organizza la polifonia degli archi e gestisce i cambiamenti d'intensita' sonora.

Vibrante di spiritualita' e impreziosita dal timbro luminoso dei fiati (dei legni in particolare), la pagina conclusiva comunica con tutta la sua struggente potenza il senso dell'accettazione della vita e della morte, rasserenata e pacata, fiduciosa nella luce dell'esistenza ultraterrena (non a caso viene inserita una citazione dal quarto dei "Kindertotenlieder": "Alla luce del Sole! Il giorno e' bello a quelle altezze").

I diminuendo che trascolorano misticamente nel silenzio, gli accordi via via piu' radi e sospesi - proiettati verso l'infinito, come nel "Canto della Terra" - evocano non una cupa afasia, ma piuttosto l'ineffabile canto del ricongiungimento al Creatore, per il quale non servono parole, ne' suoni: inevitabile che la commozione avvolga tutta la sala, per qualche istante dopo la conclusione, toccando anche chi solitamente si dilegua frettoloso.

Amico Mahler si congeda, ma non ci abbandona: l'eco della "Nona" risuonera' per qualche mese, fino a quando, al termine della stagione, ascolteremo la Settima Sinfonia, sotto la direzione di Kirill Petrenko, che gia' si annuncia imperdibile.

Sito dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI:
www.orchestrasinfonica.rai.it



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