Novembre 2005
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Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI - Franz Schubert / Gustav Mahler
Sinfonia n. 4 in do minore / Sinfonia n. 5 in do diesis minore
Auditorium Giovanni Agnelli - Lingotto - Torino - 11.11.2005
Ermes Rosina
Tra i momenti salienti della stagione sinfonica 2005-2006 bisogna annoverare sin da ora
il ciclo concertistico dedicato dall'Orchestra RAI alle composizioni per grande
organico di Gustav Mahler.
Come sanno bene gli spettatori piu' fedeli, non si tratta affatto ne' di un interesse
estemporaneo, ne' di una consuetudine routinaria: se si scorre l'archivio concertistico, si notera' infatti non solo quante pagine del compositore boemo siano
state eseguite, ma anche l'importanza dei direttori che ne hanno guidato l'esecuzione,
come Georges Pratre, Giuseppe Sinopoli, Eliahu Inbal, finanche un
lanciatissimo Kristjan Jaarvi.
In diverse occasioni abbiamo dato conto dell'alto livello qualitativo delle
interpretazioni (in particolare della
sesta e della nona sinfonia) e della capacita' degli
orchestrali RAI di offrire letture piuttosto acute e moderne del testo.
Qualita' confermate anche in questa occasione, vieppiu' messe in risalto dalla
direzione di Jukka-Pekka Saraste, ennesimo esponente dell'agguerrito drappello di
direttori finlandesi oggi maggiormente in vista, che della compagine italiana ha
peraltro una frequentazione piuttosto consolidata.
Con gesto preciso ed essenziale, Saraste - attualmente primo direttore ospite della
BBC Simphony Orchestra - unisce l'attenzione al particolare (rivolta specialmente
alle dinamiche, mai appiattite e neppure enfatizzate, nei loro contrasti, oltre le
richieste della partitura) con l'insofferenza per ogni forma non necessaria di retorica,
cio' che gli consente di scongiurare le dilatazioni e le ampollosita' a volte imposte a
queste pagine dall'ego ipertrofico di qualche collega.
La sua sensibilita', aderente in pieno alla realta' musicale odierna (testimoniata da
concerti e incisioni dedicati non solo ai "classici" Sibelius e Nielsen, ma anche a
compositori "attuali" quali Kaija Saariaho, Magnus Lindberg) evidenzia
quanto Mahler sia veramente "amico" - per riprendere il titolo del ciclo - tanto della
nostra contemporaneita' quanto dei fuochi innovativi alimentati da Arnold
Schoenberg sulla sua fiamma), trovando pieno appoggio nell'Orchestra.
L'interpretazione offerta, infatti, non teme di far emergere le linee di frattura, i
contrasti tra luce e oscurita', a volte sottili, talora tanto netti da varcare i limiti
dell'asprezza: pensiamo al conflitto tra la marcia funebre introdotta dalla tromba nel
primo movimento, subito contraddetta da una melodia rassegnata - ma in fondo pacata (una
lacerazione ben colta, si ricordera', da Uri Caine nella sua rivisitazione del
brano in Primal Licht, con l'elegiaco violino popolaresco di Mark Feldman
posto a ridosso dell'introduzione solista di David Douglas) - oppure all'emergere
progressivo di elementi ascendenti e, in senso lato, "ottimistici" dalla "tempesta" del
secondo tempo.
Il vertice delle ambiguita' mahleriane si rintraccia nel complesso e variegato "Scherzo",
dove melodie leggiadre e istanti d'idillio suggerito dai metallofoni restano impigliati
in una giustapposizione di climi che dall'incanto passa senza soluzioni di continuita'
nella drammaticita' - con ampio risalto delle pelli -, e vi ritorna per brevi tratti,
tenta di pacificarsi in un morbido valzer, si stempera nell'assorto canto del corno
obbligato.
E' qui che si ha la dimostrazione della maturazione ottenuta dell'Orchestra, con un
suono d'insieme rotondo, modellato con sapienza dal direttore nello spazio, tra suoni
lontani sullo sfondo e altri sbalzati accuratamente in primo piano: impeccabile, in
particolare, il cornista Corrado Taglietti nel rendere tutte le sfumature
richieste alla sua difficile parte obbligata; la trasparenza dei colori che dominano di
volta in volta la scena (inclusi i pizzicati sillabati dagli archi) raggiunge senza
forzature un lirismo tutt'altro che pompieristico.
Da apprezzare, ancora, la mancanza di affettazione dal pericoloso
effetto "iperglicemico" nel celeberrimo Adagietto, costruito sul melodizzare degli archi
intorno a un'arpa incantata e calibrati scarti d'intensita' .
Ne' l'Orchestra ne' il direttore si permettono indugi, lasciando trascolorare il brano
nei primi suoni del Rondo-Finale, da cui gemmano freneticamente temi e idee che si
intersecano nel vorticoso crescendo conclusivo.
All'ampia partitura mahleriana faceva da preludio la piu' concisa Quarta Sinfonia scritta
da un certo Franz Schubert, che neanche ventenne, gia' cercava - e non di rado
trovava - risposta alle questioni sollevate dal mondo sinfonico di Beethoven.
Qui l'impulso ritmico rende fluida la tensione drammatica che scorre attraverso la
partitura come un fiume carsico, ombreggiando i momenti sereni dei primi due movimenti e
del trio contenuto nel terzo; la levita' degli archi, giocando con i legni a suggerire e
riprendere frammenti di melodia, stempera, alla fine dell'allegro finale, l'inquietudine
sottesa a tutta la sinfonia, senza tuttavia annullarla.
Schubert e Mahler, dunque: due diverse facce dell'ambivalenza emotiva e di un dilemma
esistenziale, di cui l'Orchestra RAI e' pronta a raccontarci, a stretto giro, un nuovo
aspetto con il "Canto della Terra".
Sito dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI:
www.orchestrasinfonica.rai.it
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