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Recensione live

Ottobre 2002

JazzSaalfelden 2002
Saalfelden - Austria - 22-25.08.2002

Main Stage


Francesco Bigoni

Parte seconda [per leggere la recensione della prima parte dedicata ai concerti 'Short Cuts' clicca qui]

Eccezion fatta per il già citato Amsterdam String Trio e per Misha Alperin - accompagnato da Anja Lechner al violoncello e dall'ottimo Hans-Kristian Kjos Sørensen alle percussioni in un percorso onirico, spesse volte antiaccademico, diretto verso una "poesia sonora pura", agli antipodi delle contaminazioni elettroniche, eppure, per certi versi, prossimo alla sensibilità dei sound artists - si può ben individuare nel titolo l'insieme organico delle performances presentate sul palco degli short cuts. Lo stesso non si può dire del main stage, che richiede, come di consueto, maggiore sforzo a chi voglia disvelarne una chiave di lettura.

Già in passato il festival austriaco faceva da banco di prova per neonati - ma già imponenti - progetti che pretendessero di afferire all'ambito delle cosiddette "avanguardie". È stato, quest'anno, il caso del gruppo Clownfinger di Tim Berne [clicca qui per leggere la recente intervista con Tim Berne]. Due fiati (Herb Robertson alla tromba e lo stesso Berne al sax contralto), due strumenti armonici (Marc Ducret alla chitarra e Craig Taborn alle tastiere, in una miscela a dir poco esplosiva), più Scott Colley al contrabbasso e Tom Rainey alla batteria, per una musica che risente della lezione compositiva threadgilliana; fortemente strutturata, pur non ignorando il free. Da Henry Threadgill, il bianco altosassofonista mutua il sound urbano, le asimmetrie, le raffinatezze armoniche, i processi di stratificazione ritmico-melodica, il rigore nella conduzione. Così come il leader, Ducret ama congelare il suo pungente fraseggio e dare vita, per contrasto, a brevi e lancinanti episodi di lirismo. Sarebbe bastato questo confronto a distanza per dar vita ad uno dei vertici espressivi dell'intera rassegna. Si aggiungano, se non bastasse, le ispirate prove di Taborn, dei vigorosi Robertson e Colley, di Rainey, che, per accomodare le storture dei temi di Berne, tira fuori le migliori doti d'accompagnatore.

Poco distante, per caratteristiche progettuali ed esiti qualitativi, il nuovo quartetto di Daniel Humair, che conferma la buona prova documentata dall'album Liberté surveillée [clicca qui per leggerne la recensione]. Particolarmente fecondo l'innesto del tenorsassofonista Ellery Eskelin sopra una ritmica collaudata, il sempre brillante Bruno Chevillon al contrabbasso e ancora Marc Ducret alla chitarra, che, in "libertà vigilata", è costretto - nonostante l'apparentemente maggiore spaziosità del nuovo contenitore musicale - ad una rinnovata parsimonia. Ancor più riuscite, se possibile, le riletture di Joachim Kuhn e Michel Portal, rispetto ai brani originali di Humair e Ducret.

I curatori degli eventi saalfeldeniani amano riservare ai musicisti austriaci una porzione piuttosto consistente del festival. Così è accaduto quest'anno, con Martin Koller, Patrick Pulsinger [già ricordati nella prima parte di questa recensione], il Trio Exclusiv - a scelta, un'allegra combriccola di situazionisti salisburghesi; altrimenti, uno sgangherato assortimento di strumentisti avvezzi al più sguaiato acid jazz - e il duo Muthspiel & Muthspiel - il polistrumentista Christian e il methenyano Wolfgang alla chitarra e al violino, che danno vita ad un discreto dialogo, pur incappando in un incrocio violino-flauto dolce straziante e kitsch, al limite del fastidioso. A ben vedere, si rimpiangono i Franz Koglmann e i Max Nagl delle edizioni passate.


Di ben altra levatura i tributi.

Il Bob Dylan del trio del clarinettista e sassofonista Michael Moore è un Dylan strumentale, e si porta dietro ogni considerazione problematica che dall'assenza dei testi può derivare. Tuttavia, Moore ci offre - con l'apporto, generoso e discreto a un tempo, di Lindsay Horner al contrabbasso e Michael Vatcher alla batteria - una brillante lettura estrinseca degli aspetti squisitamente musicali della poetica dylaniana, condotta - con l'occhio attento dell'anatomista - in aura di sereno distacco intellettuale. E le versioni - fra le altre - di "I Pity the Poor Immigrant" [tratto dall'ultimo disco di Moore Jewels and Binoculars - per leggerne la recensione clicca qui] e "My Back Pages" sono piccoli gioielli.

Sceglie, invece, un'approccio filologico Phillip Johnston, nel suo Fast 'n' Bulbous, gruppo-omaggio a Captain Beefheart. Sue le orchestrazioni originali e le trascrizioni di riffs, parlato e frammenti sonori che, nelle mani del suo settetto (in particolare evidenza il baritonista Dave Sewelson - già Little Huey Creative Music Orchestra - e il trombonista Joe Fiedler), contribuiscono a restituire vita al carattere più surreale e dissacrante di Don Van Vliet, alias Captain Beefheart. A Gary Lucas, poliedrico chitarrista-cantante, reduce della Magic Band, spetta un'altra metà dell'opera.

Paiono superflue alcune delle proposte di contaminazione etnica e world music: l'incontro del chitarrista slide Bob Brozman con la musica dell'isola de La Réunion, il pop dalle venature sufi della cantante Sussan Deyhim. Meritevoli di citazione il sentito omaggio di Billy Bang ai caduti del Vietnam - toccante; ma ha sofferto di una non eccellente vena dei musicisti - e la conversazione (di grande interplay) fra la batteria di Jack De Johnette e la kora di Foday Musa Suso.

Affascinante El Danzon de Moises, realistica ipotesi descrittiva del piccolo nucleo di musica ebraica a Cuba, avanzata dal percussionista Roberto Rodriguez. Ne risulta una stravagante chimera musicale. Guidati dal clarinetto di David Krakauer, ci si ritrova a sbalzare fra klezmer e afrocubana senza soluzione di continuità: da son a hora, da bulgar a rumba, in un impossibile incontro antropologico-musicale.

Fra i "ballabili" e i divertissements, risulta deludente la jam band di John Scofield; manca il bassista titolare (Jesse Murphy) e la scaletta non pare azzeccata. Convince il trascinante set multimediale di Bugge Wesseltoft, alfiere norvegese del nu jazz e spietato macinatore di grooves. A tratti, lasciati da parte i melensi tappeti di Fender Rhodes, pare rifarsi ai modelli di stratificazione sonora tracciati dal Miles Davis più ruvido.

E proprio di Davis restituisce il fumo, non l'arrosto, Erik Truffaz. Paragonata a quella di Wesseltoft, la sua proposta appare noiosa e datata.

È un ispirato Uri Caine a chiudere la rassegna, col suo progetto Bedrock, arricchito dai giradischi di Samon Kawamura. Con aria sardonica, la band si muove - in un gioco di infiniti rimandi e ammiccamenti - tra addensamenti e rarefazioni, jungle, bossa nova e hip-hop, archeologia lounge che ha chissà dove trovato la luce, colonne sonore degne dell'Alberto Sordi di maniera. È il trionfo della leggerezza e del citazionismo del leader, più che mai a suo agio in questo ripescaggio un po' casuale, a dimostrare che la nobilitazione dei materiali musicali più squalificati può risultare impresa quantomai avvincente.


Sito del festival di Saalfelden:
www.jazzsaalfelden.at


Foto di Claudio Casanova



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