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SIDMA-AAJ

Ottobre 2002

Guida ai CD fondamentali: Gil Evans (Parte I)


La seconda guida che All About Jazz Italia pubblica in collaborazione con la Società Italiana di Musicologia Afroamericana (www.sidma.it), copre la prima fase della produzione di Gil Evans, giungendo al 1965, prima della svolta elettrica. Ne è autore Luca Conti, socio SIdMA noto per la profonda competenza discografica, ma poco presente nella pubblicistica jazz italiana. La sua partecipazione al progetto «Le guide ai CD fondamentali» colma, almeno in parte, questa grave lacuna, offrendo al lettore la possibilità di farsi condurre alla (ri)scoperta di Gil Evans da uno degli studiosi più capaci di fornire un indirizzo chiaro, autorevole e d'immediata utilità per l'appassionato. La seconda parte, in rete fra due settimane, coprirà la fase finale della carriera dell'arrangiatore, con una bibliografia essenziale in appendice.

Buona lettura,
Valerio Prigiotti

Gil Evans


Luca Conti

Parte I: dagli esordi al 1965



«A suonare con Gil, è la storia della musica quella che ti passa davanti agli occhi - e tu ne fai parte» (George Adams)

«Gil viveva sulla 55° strada, nei pressi della Quinta Avenue. Era una stanza di un seminterrato, sul retro di una lavanderia cinese, in cui passavano tutte le tubature del palazzo, e il cui unico arredo era costituito da un lavandino, un letto, un pianoforte, un fornello e niente riscaldamento» (Gerry Mulligan)

«Non chiudevo mai la porta» (Gil Evans)

«Minimo, c'erano sempre nove persone, lì dentro. Poi, ogni tanto, Miles o Bird passavano di lì e si fermavano a fare quattro chiacchiere» (Dave Lambert)



Gilmore Ian Ernest Green (1912-1988) nato casualmente a Toronto da padre sconosciuto e da una ragazza madre scozzese/irlandese - che girava il mondo come governante - resta una delle figure maggiormente incomprese dell'intera storia del jazz.
Largamente autodidatta, Evans è apparso all'improvviso sulla scena newyorkese del jazz nei primi anni '40, ma aveva già alle spalle una lunga attività di caporchestra, e un mestiere affinato in duri anni di apprendistato in California, nel corso di una carriera che spesso e volentieri si era intersecata con quella del suo coetaneo Stan Kenton (che aveva esordito come pianista proprio in una delle orchestre di Evans). Largamente influenzato da Louis Armstrong, del quale si dichiarava uno dei massimi esperti mondiali, e da Duke Ellington, che aveva potuto vedere dal vivo, per la prima volta, addirittura nel 1927, Evans ha influenzato a sua volta intere generazioni di arrangiatori e compositori, dal jazz al rock alla musica da film, contribuendo in larga parte all'affermazione e ai successi di un'icona della cultura del Novecento come Miles Davis.

Questa prima parte della discografia, selezionata e commentata, di Gil Evans, si spinge fino al 1965, al termine del suo periodo cosiddetto acustico e sulla soglia della sua scoperta del rock e dell'elettrificazione. La prossima e conclusiva puntata coprirà gli anni dal 1966 al 1988.



Discografia selezionata. Parte I.

«The Complete Instrumental Charts for Claude Thornhill, 1942-1947» (Masters of Jazz 154)
Tutti gli arrangiamenti, come recita il titolo, dei brani esclusivamente strumentali preparati da Evans per l'orchestra di Claude Thornhill. Big band di assoluta originalità, l'orchestra Thornhill si rivela un autentico laboratorio in cui Evans può gettare alcuni dei semi destinati a sbocciare anche a distanza di dieci e più anni. Compaiono solisti d'eccezione, tra cui Lee Konitz, il misconosciuto clarinettista Danny Polo, Barry Galbraith e altri. Il CD è una realizzazione di gran classe, con un libretto di ben 40 pagine, accuratamente annotato da Laurent Cugny, uno dei massimi esperti evansiani.
Per chi volesse approfondire l'apporto di Evans all'orchestra di Thornhill, sono disponibili due CD della Jazz Factory, entrambi intitolati «The Real Birth of the Cool»: l'uno (JFCD 22801) è dedicato alle incisioni di studio, l'altro (JFCD 22803) alle trascrizioni della Lang-Worth per la distribuzione alle stazioni radiofoniche. Entrambi gli album contengono anche i molti arrangiamenti di Evans per brani cantati, d'impronta più popolare (ma non più di tanto).
Da ricordare - lo scriveva Gerry Mulligan nel 1971 - che anche George Russell contribuì con un paio di arrangiamenti, oggi perduti, al repertorio dell'orchestra Thornhill.


Miles Davis: «The Complete Birth of the Cool» (Blue Note 499550-2)
Doppio CD che comprende sia l'album originale delle sedute Capitol della cosiddetta Tuba Band, sia i cartoni preparatori incisi dal vivo al Royal Roost, con qualche variazione sia tra i musicisti sia nel repertorio, compresi un paio di brani mai registrati in studio. Il celeberrimo «Birth of the Cool» può a buon diritto definirsi un'opera collettiva, firmata nominalmente da Miles Davis ma ascrivibile, allo stesso modo, a John Lewis, Gerry Mulligan e Gil Evans, che firma soltanto due arrangiamenti ma la cui influenza è predominante sull'intera operazione.
Si tratta di un disco indispensabile, ovvio.


Fino alla metà del 1957 Evans risulta semidisperso, o meglio ingolfato, nei bassifondi dell'arrangiamento su commissione. Collabora a lavori easy listening di Billy Butterfield, Pearl Bailey, Johnny Mathis, addirittura di Charlie Parker (le curiose versioni di standard, con legni e voci, incise per Norman Granz il 25 maggio 1953 e oggi disponibili sul volume IX del cofanetto dell'integrale parkeriana su Verve); realizza un brillante album con Helen Merrill per la EmArcy («Dream of You», oggi sul CD «Helen Merrill with Gil Evans and Clifford Brown», e prima apparizione di Where Flamingos Fly, uno dei grandi cavalli di battaglia dell'arte evansiana) e infila due spettacolari brani in una seduta per la RCA a nome dell'altosassofonista Hal McKusick: Jambangle e Blues for Pablo, composizioni che negli anni successivi sentirà spesso il bisogno di rivisitare (disponibili, fino a qualche tempo fa, sul CD della Bluebird «The RCA Jazz Workshop: The Arrangers», assieme a un'intera seduta inedita del 1956 del trombettista/compositore John Carisi - vecchio compagno di Evans nell'orchestra Thornhill - in cui appare la versione originale di Springsville). Non va trascurato, crediamo, il fatto che sia Blues for Pablo che Springsville,di lì a breve, saranno riarrangiate da Evans per «Miles Ahead».


«Priceless Jazz Collection, vol.15» (GRP 9895-2)
Dietro la facciata anonima di quest'antologia si nasconde qualche tesoro, oltre alle quattro immortali esecuzioni estratte dal capolavoro «Out of the Cool», del quale si parlerà più avanti. Si tratta, più precisamente, di sette rarissimi brani, tre dei quali tratti da «Debut», il primo album per la Decca della cantante Marcy Lutes, all'epoca moglie del chitarrista Barry Galbraith, e incisi con un gruppo comprendente Shorty Baker, Oscar Pettiford, Hal McKusick, Al Cohn e Paul Motian. Gli altri quattro brani, sempre del 1957, provengono da «Jamaica Jazz» un album ABC a nome del polistrumentista Don Elliott, che meritava forse di essere ristampato nella sua interezza. Il materiale pseudo folk del musical di Harold Arlen si adatta particolarmente bene alle corde di Evans, che può qui sfogare il suo gusto per gli abbinamenti insoliti (oboe, corno inglese, mellophonium, marimba, clarinetto basso e così via).


Miles Davis & Gil Evans: «The Complete Columbia Studio Recordings» (Columbia/Legacy 67397, 6CD)
Disco da isola deserta, uno dei grandi capolavori della musica del Novecento, scegliete un po' voi. Resta il fatto che nessuno può permettersi di ignorare questo cofanetto di 6 CD, realizzato una volta tanto senza economia e con grande spreco di mezzi. Al suo interno si trovano, assieme a una serie di inediti dissotterrati per l'occasione (penso in particolare alle musiche di scena per la commedia The Time of the Barracudas, del 1963, che saranno poi cannibalizzate da Evans per tanti progetti futuri) pietre miliari come «Miles Ahead», «Porgy and Bess», «Sketches of Spain», e pietre un po' meno miliari (ma pur sempre interessanti) come «Quiet Nights». La Columbia ha successivamente ristampato gli album originali tenendo conto delle migliorie soniche e delle molte alternate takes apparse per la prima volta in questo box, quindi chi volesse orientarsi su edizioni separate può farlo.


«Gil Evans & Ten» (Prestige/Original Jazz Classics OJC 346)
Sull'onda dell'entusiasmo per le registrazioni di «Miles Ahead», e di quella che sembrava, all'epoca, una fama finalmente raggiunta, Evans riesce a ritagliarsi tre sedute d'incisione per realizzare, tra il settembre e l'ottobre 1957, il suo primo album da leader. È un ottimo disco, un po' trascurato dalla critica, ma con un cast d'eccezione: Steve Lacy, Lee Konitz sotto falso nome, Paul Chambers, Jo Jones, Jimmy Cleveland (davvero eccellente). Evans si ritaglia spazi pianistici di una certa consistenza, in uno stile molto simile a quello del suo vecchio mentore Thornhill. Bizzarro il repertorio: Leonard Bernstein, Leadbelly, Irving Berlin, Tadd Dameron. Spettacolare il chorus armonizzato dell'intera band in Ella Speed, che sfocia in un assolo con l'archetto di Paul Chambers e un singolare intervento tardo-swing del trombettista Jake Koven.


«New Bottle Old Wine» (World Pacific 746855-2)
«Great Jazz Standards» (World Pacific 746856-2)
Nati dal passaggio del produttore George Avakian dalla Columbia alla World Pacific, questi due magnifici album, incisi tra il 1958 e il 1959, dimostrano al mondo del jazz che Evans non era esclusivamente legato alle atmosfere dense e introspettive dei recenti lavori con Davis. «New Bottle Old Wine», in particolare, è un disco di gioia incontenibile e di sfrenato entusiasmo, grazie - in non piccola parte - al debordante apporto solistico di un Cannonball Adderley in grande spolvero. C'è quasi da chiedersi, senza voler far torto a nessuno, se davvero per Evans questa non fosse la cosa più vicina al disco con Parker che aveva in mente e che non gli fu mai concesso di fare. Da segnalare la prima apparizione dell'arrangiamento di King Porter Stomp, il brano di Jelly Roll Morton destinato a fare un'inaspettata ricomparsa oltre quindici anni più tardi, su «There Comes a Time».

«Great Jazz Standards», invece, presenta alcune delle fin qui più inventive rielaborazioni evansiane di materiale della tradizione jazzistica, tra cui una rilettura di Straight No Chaser "per accumulazione" e un primo abbozzo di La Nevada, un brano modale costruito su due soli accordi (sol minore settima - sol maggiore) che s'insinuerà come un filo rosso nei rimanenti trent'anni di carriera di Gil. Anche Joy Spring, la composizione di Clifford Brown, sarà sottoposta a una tarda rilettura sul già citato «There Comes a Time». Grandi solisti: Johnny Coles, Steve Lacy, Budd Johnson, Ray Crawford, Elvin Jones.


«Out of the Cool» (Impulse! 1186)
Il capolavoro assoluto. IL disco di Evans da possedere, costruito sul nucleo dell'orchestra che aveva inciso la maggior parte di «Great Jazz Standards» e nato da un lungo ingaggio - sei settimane - al club Jazz Gallery, nell'ottobre 1960. Come molti dei primi album della Impulse!, accuratamente concepiti e prodotti da Creed Taylor, «Out of the Cool» rasenta la perfezione, dall'azzeccatissimo titolo alla significativa foto di copertina. Ma è la musica ad essere perfetta: un'orchestra - sapiente mix di improvvisatori e musicisti di studio - ben più che familiare col non facilissimo materiale, e un repertorio di assoluta originalità, da George Russell a Kurt Weill, da John Benson Brooks a Horace Silver (il cui brano, forse la più bella rilettura esistente di Sister Sadie, era rimasto fuori dall'album originale per esserne reintegrato solo nei tardi anni '70). Il pezzo forte è una colossale versione di La Nevada, che va avanti per oltre un quarto d'ora su due accordi senza minimamente farlo pesare. Straordinarie prestazioni del chitarrista Ray Crawford, un solista assai sottovalutato (ma elemento essenziale, anni prima, dell'innovativo trio di Ahmad Jamal) e dalla carriera oscura, e del sassofonista Budd Johnson, un altro grande misconosciuto che a metà degli anni Trenta era il perno dell'orchestra di Earl Hines.
Quel che più risalta, in ogni modo, è la straordinaria plasticità di questa musica, la sensazione di poterla quasi toccare con mano.


«The Individualism of Gil Evans» (Verve 833804-2)
Negli anni, a causa della sua difficile reperibilità, questo album si era ammantato di una connotazione leggendaria. A un ascolto frettoloso può rappresentare - non lo è, beninteso - una leggera delusione. A oltre tre anni di distanza dal disco precedente, che si rivela un'ardua pietra di paragone, «The Individualism» è frutto, anche e soprattutto, della scoperta evansiana della terapia psicanalitica di Wilhelm Reich, alla quale aveva fatto ricorso nella convinzione che nessuno apprezzasse la sua musica. Questa situazione di crisi personale, esacerbata dall'improvvisa scomparsa di entrambi i terapeuti che aveva iniziato a frequentare, si riflette anche nella gran quantità di progetti abortiti o non completamente riusciti degli anni 1961- 1964, dalla seduta Impulse! di «Into the Hot» (che, privo di nuovo materiale e sorpreso dall'abbandono della casa discografica da parte di Creed Taylor, finì col devolvere metà a John Carisi, metà a Cecil Taylor) al mai troppo amato «Quiet Nights», nuova collaborazione con Miles profondamente rimaneggiata da Teo Macero, alle musiche di scena, sempre con Miles, per Time of the Barracudas; e, infine, nelle due ipotizzate sedute di registrazione, programmate e mai realmente avviate, l'una con Bill Evans e l'altra con Louis Armstrong.

I significativi (ma, in questo caso, positivi) mutamenti nella vita privata di Evans comprendono anche il matrimonio con Anita Cooper, nella primavera 1963, e la nascita del primo figlio, Noah, nel marzo 1964.

«The Individualism», le cui sedute d'incisione si estendono per oltre un anno, dal settembre 1963 all'ottobre 1964, prende il via solo nel momento in cui Evans riesce a seguire Creed Taylor alla Verve, beneficiando appieno della larghezza di mezzi e di studio time concessi dal produttore. L'album originale - mezz'ora scarsa di musica - presentava soltanto cinque brani: l'ennesima rivisitazione di Kurt Weill (The Barbara Song) e una serie di nuove composizioni di Evans, Las Vegas Tango, El Toreador, e una medley di Flute Song/Hotel Me (quest'ultimo brano riapparirà negli anni '70 come Jelly Rolls). Che si trattasse di un album fatto senza badare a spese, lo prova la presenza di Wayne Shorter, Eric Dolphy, Kenny Burrell, Elvin Jones, e l'uso di sfolgoranti sezioni di contrabbassi (una con Milt Hinton, Paul Chambers e Richard Davis, l'altra con Gary Peacock e Ron Carter).

Ma «The Individualism», nella ormai sua lunga storia, si è ripresentato al pubblico in almeno due o tre altre, ben diverse, incarnazioni. La prima, all'inizio degli anni '70, quando su un LP della Verve («The Gil Evans Orchestra with Kenny Burrell and Phil Woods») comparvero tre nuovi brani orchestrali dalle sedute del '63 e del '64: una versione di General Assembly, Spoonful di Willie Dixon e Concorde di John Lewis; più due misteriosi brani in quartetto (trombone e ritmica): Isabel e Blues in Orbit. Un doppio album inglese di pochi mesi dopo segnò il primo passo verso una definitiva ricostruzione della faccenda, oltre a pubblicare per la prima volta in Europa i cinque brani di «The Individualism». Si apprese così che General Assembly non era altro che Time of the Barracudas; che Isabel era un mascheramento del parkeriano Cheryl e Blues in Orbit, invece, l'errato titolo di The Underdog (noto anche come Ah, Moore), un brano di Al Cohn. L'annotatore dell'edizione inglese ipotizzava la presenza del trombonista Jimmy Knepper nei brani in quartetto, che suggeriva essere stati schizzi preparatori per la collaborazione Gil Evans / Bill Evans e che, invece, non si materializzò mai.

La terza, e fin qui definitiva, resurrezione di «The Individualism» è legata all'avvento del CD, e alla perlustrazione degli archivi della Verve da parte di Phil Schaap. Spoonful, che era stato precedentemente tagliato, appare qui in versione integrale, e due brevi ma complete esecuzioni (Proclamation e Nothing Like You) affiorano per la prima volta. Dalle note di copertina di Michael Cuscuna si apprende anche l'esistenza di ulteriore materiale inedito, tra brani perduti e brani non ritenuti degni di pubblicazione, e l'identità del trombonista misterioso nei due pezzi in quartetto che lo stesso Evans aveva deciso di non ristampare (era Tony Studd). Nothing Like You, una canzoncina di Bob Dorough, è parente stretta della versione, sempre arrangiata da Evans e incisa da Miles Davis nell'agosto 1962, a margine delle sedute di «Quiet Nights», assieme a uno stranissimo gruppo, tra cui Wayne Shorter, il trombonista Frank Rehak e un paio di percussionisti latini.


Kenny Burrell, «Guitar Forms» (Verve 521403-2)
Il secondo prodotto della rinnovata collaborazione con Creed Taylor, «Guitar Forms» resta, a distanza di quasi quarant'anni, il disco più riuscito di Kenny Burrell, grazie ai cinque brani in cui il chitarrista è accompagnato dai lussureggianti arrangiamenti evansiani. Il repertorio, come d'uso è di assoluta originalità, e i nove minuti di Lotus Land, l'impressionistico foglio d'album del compositore inglese Cyril Scott (1879-1970), restano uno dei vertici dell'Evans "conto terzi". Splendide anche la versione di Moon and Sand, un brano di Alec Wilder che Burrell inciderà in altre successive occasioni, di Greensleeves e di Last Night When We Were Young, lo splendido standard di Harold Arlen. È un peccato che Burrell ed Evans non abbiano mai pensato a rinnovare, negli anni successivi, la loro collaborazione.


[Luca Conti ha studiato pianoforte e composizione, e si è dedicato per molti anni all'organizzazione di stagioni concertistiche di musica classica e di jazz. È stato uno dei fondatori di "Tradizione in movimento", la rassegna del Musicus Concentus di Firenze. Si occupa professionalmente di letteratura angloamericana, come consulente letterario per diverse case editrici e come traduttore di scrittori d'ispirazione hard boiled quali James Crumley e Douglas Winter (Einaudi). Sue, tra l'altro, anche le traduzioni del volume "Un secolo di jazz", di Fred Dellar e Roy Carr (Octavo, 1999) e di "Raise Up Off Me", l'autobiografia del pianista californiano Hampton Hawes, in uscita nel 2003.]


Per leggere la seconda parte di questa guida clicca qui



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