Ottobre 2002
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Thelonious Monk Himself - Una biografia.
Neri Pollastri
Laurent De Wilde
Thelonious Monk Himself - Una biografia
Minimum Fax, Roma, 1999
(Traduzione di Michele Mannucci - introduzione di Enrico Pieranunzi)
Per chi vuol avvicinare, anzi conoscere il grande Thelonious, questo è
probabilmente lo strumento migliore. Non solo perché è forse la migliore biografia del
pianista afroamericano mai scritta, ma anche e soprattutto perché si tratta di un bel
libro e non solo di un lavoro "dotto" per specialisti.
Il materiale lo fornisce lo stesso Monk, che nelle proprie vicende umane non ha
certo mai fatto mancare intensità e colpi di scena; la forma, invece, ce la mette de
Wilde (coadiuvato, nella versione italiana, da Mannucci, eccellente traduttore), che
sottolinea ogni sua originalità, ogni tratto da "genio maledetto", da artista sempre sul
ciglio del baratro, offrendoci una intensa e drammatica narrazione. Oltretutto
scansionata su ritmi decisamente musicali.
Intendiamoci, non mancano certo i "dati", quelli di cui non possono fare a meno
l'appassionato, il "fan", lo specialista: il libro è infatti suddiviso in capitoli che
seguono la vicenda artistica, oltreché umana, di Thelonious. Però l'accento è
posto altrove: sulla personalità, sul mistero - che pur c'era, in Monk - e sul suo
dramma.
L'origine newyorchese, nel quartiere San Juan Hill: «Monk condivide allora questo
privilegio di abitare nella capitale del jazz con Max Roach, Bud Powell e basta. Gli
altri compari dell'avventura be-bop, i Dizzy Gillespie, i Miles Davies, Charlie Parker,
Art Blakey, Oscar Pettiford, Kenny Clarke, e ne salto qualcuno, hanno fatto tutti il
Viaggio, sono tutti andati alla Mecca, capolinea la Grande Mela, per far le loro prove.
Non Monk. Lui è là, al centro della città, fin dall'inizio» (p. 10).
L'iniziazione musicale in chiesa, dove si affezionerà a cantici e corali, fino ad
inserirne uno, orchestrato contrappuntisticamente, in Monk's Music: "Abide with
Me". «Chi ne è l'autore? Un compositore del XIX secolo di nome …Monk» (p. 16).
L'originalità, già insita nel nome, anzi nei nomi: «Va detto che chiamarsi
Thelonious, come il padre, avere come secondo nome quello della madre, Sphere, e zii e
zie paterni che rispondono ai nomi strani di Lorenzo o Squalillian non predestina
all'incognito» (p. 14).
Il mistero esistenziale ed ereditario: «Suo padre, Thelonious senior, ritornò nel sud
qualche anno dopo che si erano stabiliti a New York, si dice in seguito ad una grave
malattia, e scomparve dalla circolazione fino alla sua morte nel 1969 in un ospedale di
Long Island, a due passi dal posto dove abitava il figlio, che non sapeva nulla di
quest'ultima vicinanza» (p. 13).
E poi gli esordi come accompagnatore, la sua riservatezza, i lavori nei club, il
matrimonio con Nellie, che si occupa di lui, dei figli, della casa, di trovare i
soldi per sbarcare il lunario, perché lui, Thelonious, passa la giornata in casa a
suonare, chiacchierare con chiunque passi a trovarlo e a mangiare gelati….
Però, diversamente da molti altri "geni maledetti", Monk è lì, è presente. Non
scende a compromessi, con nessuno: la sua musica è quella e non ne suona altra; i suoi
amici sono quelli e lui li prende come sono. Bud Powell è un po' fuori di testa?
Non importa, è un amico, e lui sacrificherà la sua licenza per suonare nei club, pur di
non tradirlo…. Però Monk c'è, la sua famiglia è importante per lui. E non mancherà
neppure di occuparsene materialmente, pur tra tante vicissitudini. Di donne, quasi
neppure l'ombra. Solo la madre, la moglie, la figlia. E Pannonica.
Altro bel film, Pannonica. L'erede de Rotschild, avviata ad una vita
mondana dopo il matrimonio con l'ambasciatore del Belgio. Ma Pannonica è d'altra
pasta: arrivata a New York la sua vena artistica prende il sopravvento, i jazzisti
diventano la sua vita, se ne prende cura. E su tutti si prende cura di Monk (ma
Charlie Parker morirà a casa sua, unico porto sereno presso cui far approdare dopo
l'ultimo viaggio la sua carcassa usurata). Ma non sarà un idillio romantico, no. Sarà
invece un rapporto tra persone, nel quale Nellie avrà una parte paritetica. E gli
ultimi anni di Monk, la sua malattia, saranno protetti, quasi sigillati da queste
due donne. Nellie e Pannonica.
Poi, la musica.
Ma la musica non si racconta (solo i recensori dei CD lo fanno…. ammesso che lo facciano
davvero!). Si ascolta. Si può solo dire in cosa essa innova, quanto sorprende -
piacevolmente o spiacevolmente - gli ascoltatori dell'epoca in cui compare, quando, come
e perché passa di moda. E si può raccontare i modi in cui chi l'ha creata è giunto a
produrla. Solo da questi tratti si può comprendere il genio che l'ascolto ci ha
manifestato.
De Wilde fa tutte queste cose molto bene. Le parti migliori, da questo punto di vista,
sono quelle dedicate alla ricostruzione delle sedute di registrazione, al ruolo avuto dai
produttori e dai tecnici del suono nella crescita produttiva di Monk. Perché la
musica, be', quella Thelonious l'aveva dentro di sé fin dall'inizio, e l'ha tutto sommato
cambiata poco.
L'apice della vicenda monkiana viene disegnato da de Wilde con la fine degli anni '50 e
la produzione dei due celebrati album Riverside: Brilliant Corners [per leggerne la recensione
clicca qui] e Monk's
Music [per leggerne la recensione
Monk's Music]. Poi, dieci anni di gloria, con una
ridondanza di registrazioni, ancora per la Riverside e poi per la Columbia.
Infine, lento, il declino.
Prima fisico: il dramma della malattia che, sempre presente come un'ombra dietro le
quinte, irrompe con crescente frequenza, annebbiando il genio e l'uomo; le degenze in
clinica, come quella, lunga, a San Francisco nel '69; le surreali situazioni come il set
pianistico "muto" dello stesso anno, imbottito di Torazina, alcool e coca.
Poi artistico: Monk che gira il mondo nei primi anni settanta come un fenomeno da
baraccone, "riproducendo" vecchia musica con le "vecchie glorie" dei Jazz Giants:
Sonny Stitt, Kai Winding, Al McKibbon, i vecchi amici Dizzy
Gillespie e Art Blakey e suonando "veramente" sempre più di rado.
E gli ultimi fuochi.
La registrazione, nel '71, di tredici brani in solo e nove in trio con McKibbon e
Blakey, a Londra per la Chappell - l'ultima grande incisione.
Il concerto del '75 alla Philarmonic Hall, con il figlio alla batteria, dove segue ai
concerti di due miti del momento: gli Oregon e Keith Jarrett. «Gli
Oregon hanno un successo travolgente. Keith Jarrett arriva, fa togliere il coperchio del
pianoforte, sistema accuratamente i microfoni sotto lo strumento. Suona particolarmente
bene. In sala scalpitano di gioia. Intervallo. (….) Il tecnico del suono si china verso
Monk e gli chiede, scottato dall'esperienza con Jarrett, dove voglia disporre i
microfoni. Con la consueta disinvoltura, il pianista indica col dito lo strumento, alza
mezzo sopracciglio e dice: "Be', sotto al pianoforte, immagino…". Poi si alza il sipario…
i cuori si stringono … e in poche battute Monk cancella la musica che lo ha preceduto.
Spazzati via gli Oregon, Jarrett, i microfoni, il pubblico, il tempo che passa, il
frastuono, la solitudine, l'oblio. Volate via le novità, il modernismo, il bel
pianoforte, le nuove dimensioni» (p. 197).
Ma è la fine. Dal '77, per cinque anni, di Monk non si saprà più nulla. Chiuso in
casa di Pannonica, assistito dalla moglie e dall'amica, si chiuderà nel più totale
mutismo, sopraffatto dalla malattia. Diciamola tutta: dalla pazzia. Perché
Monk muore pazzo. Forse aiutato dalla vita sregolata che ha fatto - micidiali
cocktail di droghe ed alcool al cui urto il suo fisico possente resisteva
incredibilmente, ma che lo hanno minato a fondo. O forse perché la pazzia faceva fin
dall'inizio parte del suo corredo genetico, oscura controparte del suo genio luminoso.
Infine, il 17 febbraio del 1982, la morte per emorragia cerebrale spegne per sempre ogni
luce nel corpo e nella mente di Thelonious Sphere Monk.
Un libro bello e triste, su un personaggio grande e tragico, da leggere alternandolo
all'ascolto di quella fantastica musica che Monk ci ha regalato e che è
sopravvissuta alle sue spoglie mortali.
Se vi sembra poco…..
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