Settembre 2001
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Out to Lunch di Eric Dolphy
Angelo Leonardi
Un certo numero di dischi jazz, per ragioni artistiche e non, son diventati
negli anni
vere e proprie icone: non solo opere d'arte ma oggetti di culto per il
pubblico della
musica afro-americana.
Uno di questi capolavori è Out To Lunch! di Eric Dolphy, il
testamento artistico del
grande sassofonista californiano, la sua ultima opera "americana": da lì a
poco Dolphy
si trasferì in Europa, dove trovò la morte quattro mesi dopo per un infarto
dovuto a un
diabete che non sapeva d'avere.
I medici berlinesi, quel dannato 28 giugno
1964,
scambiarono l'attacco diabetico per un'overdose di stupefacenti: un
musicista nero
di jazz - questo era il pregiudizio diffuso - non poteva che essere un
drogato!
Dolphy era venuto in Europa col gruppo di Charles Mingus ma intendeva
fermarsi
e le ragioni son chiaramente espresse nelle righe finali delle note di
Out To Lunch!:
"Sto per recarmi in Europa per viverci un po'. Perché? Lì posso trovare
maggior
lavoro suonando la mia musica, perché se tu cerchi di fare qualcosa di
diverso in
questo Paese, la gente ti stronca".
Vivere da artista creativo a New York non era facile per Dolphy, come per
la maggioranza dei jazzmen d'avanguardia. Gli introiti per le incisioni a cui
partecipava
o per quelle a suo nome erano irrisori: il volume di vendite dei suoi dischi
Prestige,
ad esempio, batteva in negativo anche Ornette Coleman, allora fumo
negli occhi del
medio appassionato americano.
Le scarse vendite si traducevano in scarsa considerazione pubblica e quindi in
rare
scritture nei club. Come ricorda John Litweiler in The Freedom
Principle, per il
suo sostentamento Dolphy dipendeva dal reddito delle lezioni private. Aveva tre
studenti
regolari ma uno di essi era economicamente disagiato e Dolphy gli offriva
lezioni
gratis. In quei mesi il bassista Richard Davis lo incontrò in strada
con in braccio dei
sacchetti di provviste. Li stava portando a dei musicisti appena giunti in
città che non
avevano da mangiare. Anche Eric si trovava a volte in quelle condizioni ma
la sera prima
aveva suonato, e coi venti dollari della scrittura potè fare la spesa.
Come dicevo, all'inizio degli anni sessanta la maggioranza del pubblico
jazz non
degnava di considerazione, o non conosceva affatto, la pattuglia di
innovatori della
New Thing (come allora si chiamava il movimento) e guardava con sospetto
certi slanci
in avanti di artisti noti, come Charles Mingus e Jimmy
Giuffre.
Dal 1962 s'era diffusa la moda del jazz-samba e questo dette un po' di
ossigeno
a un mercato jazzistico sempre più in crisi. Una fetta del pubblico adulto
seguiva
ancora i grandi nomi come Duke Ellington, Woody Herman,
Gerry Mulligan,
Miles Davis, Stan Getz o Dave Brubeck ma i giovani
erano attratti
in massa dalla rinnovata scena rock o da emergenti folk singers, come Bob
Dylan
e Joan Baez.
L'avanguardia jazzistica era una nicchia assolutamente invisibile
all'esterno e veniva contestata anche all'interno del mondo afro-americano. Nel 1964
Miles Davis attaccò duramente Cecil Taylor, che doveva ancora registrare Unit
Structures e Conquistador
(entrambi del 1966). Tornato a New York dopo un'apprezzata parentesi danese,
al Café
Montmartre di Copenhagen, il pianista era ripiombato nell'indigenza,
alternando qualche
raro concerto in caffè di terz'ordine al mestiere di lavapiatti.
Ornette Coleman dopo le polemiche suscitate dai suoi primi dischi
(tra cui l'album
manifesto del rinnovamento, Free Jazz con Dolphy) era addirittura
scomparso dalla scena
intorno al 1963. John Coltrane era l'unico che riusciva a conciliare
l'innovazione con
i consensi del pubblico ma il suo tentativo di forzare la ricerca su
coordinate più avanzate
(cosa che coincise, guarda caso, con il sodalizio con Dolphy) suscitò un
vespaio di
critiche che lo costrinsero a un momentaneo recupero d'immagine. Dopo album
"minori"
come Ballads e Duke Ellington & John Coltrane, solo nel
dicembre 1964 registrerà
A Love Supreme e più tardi Ascension.
Per gli uomini dell'avanguardia le cose iniziarono a muoversi solo
dall'ottobre 1964
quando Bill Dixon promosse i concerti dell'October Revolution In
Jazz.
Grazie anche all'interesse di discografici - come Bernard Stollman
della ESP - nei due
o tre anni successivi nacquero le opere più significative di quell'intensa
stagione
di rinnovamento.
Storicamente l'incisione di Out To Lunch! si pone quindi al punto di
confluenza tra
la fase sotterranea e la definitiva affermazione pubblica del free jazz;
dal punto
di vista artistico è il momento di sintesi più avanzato tra le regole
armoniche,
melodiche, timbriche e ritmiche (del jazz moderno) e la libertà (del free).
Oggi
la vediamo come un'opera unica e sorprendente ma, se Dolphy non fosse
scomparso, sarebbe
probabilmente il punto di partenza per nuovi sviluppi espressivi. Dopo quasi
quarant'anni possiamo
dire che l'avvenimento della musica americana in quel febbraio 1964 fu
proprio la session
di Out To Lunch!, svoltasi il giorno 25. Un fatto che non giunse
sulle pagine dei giornali,
interessati del resto ad un "evento" di ben altra natura: l'arrivo a New
York dei Beatles,
accolti all'aeroporto da diecimila fans in delirio.
Cosa si sa dell'incisione? A parte le belle foto della session scattate da
Francis
Wolff quasi nulla. Nel 1963 Dolphy aveva suonato soprattutto da
sideman e solo
occasionalmente da leader. Con la Blue Note aveva registrato qualche
anno prima un
mediocre album (sarà pubblicato negli anni ottanta col titolo Other
Aspects) e Out
To Lunch! resta per tutti l'unica miracolosa relazione tra il
sassofonista e la
mitica etichetta. Il gruppo registrò da Rudy Van Gelder i cinque
brani scritti dal
sassofonista e tornò a casa: di alternate takes non c'è traccia.
La formazione vedeva Freddy Hubbard alla tromba, Eric Dolphy
al contralto, flauto e
clarinetto basso, Bobby Hutcherson al vibrafono, Richard Davis
al contrabbasso
e Tony Williams alla batteria.
È stato certamente il miglior gruppo che abbia mai affiancato Dolphy in sala
d'incisione.
Un gruppo molto giovane: Hubbard aveva 26 anni, Hutcherson 23, Davis 34,
Williams 19.
Il più "vecchio" era Dolphy (36 anni) che aveva meditato a lungo ogni brano
e la
struttura complessiva dell'opera: apparentemente Out To Lunch!
sembra un disco free
ma il suo concetto di libertà è molto diverso.
L'analisi musicologica di Marcello Piras pubblicata in Musica
Jazz del luglio 1992,
lo ha dimostrato chiaramente: "La libertà in Dolphy - scriveva - è raggiunta
in un corpo
a corpo con una struttura da aggirare, scavalcare, infrangere. Lo stesso
vale per il ritmo.
Out To Lunch! appare "più libero" dei dischi precedenti perchè prima
Dolphy aveva ritmiche
normali, col piano che fa gli accordi. Qui no."
Solo il tempo ha consentito di valutare pienamente la complessità e
l'audacia del
progetto, teso all'esplorazione in un quadro altamente preordinato. Quando
giunse in
Italia, alla fine del 1967, Arrigo Polillo (che resta il nostro più
autorevole e
lungimirante studioso di jazz) ne parlò benissimo anche se lo considerò
comunque un
disco free ("soltanto un po' meno "arrabbiato" e più coerente di quello che
oggi fanno
certuni", commentò).
Quella session è una delle sintesi più felici tra rinnovamento e
tradizione: non c'è
abbandono del sistema tonale ma piuttosto un'alterazione delle sue regole
che porta ad
una musica sottilmente instabile, un susseguirsi di forme in mutamento a un
passo dalla
distruzione del vecchio ordine.
Le complesse trame ritmiche, che il vibrafono contribuisce a creare, pur
nel ruolo di
strumento armonico, si rispecchiamo nel ruolo di tensione e distensione
degli assoli,
dove entra con prepotenza il solismo di Dolphy che dà vita alle sue
caratteristiche,
disarticolate, linee melodiche.
I cinque brani del disco, molto diversi uno dall'altro, sono legati secondo
un
coerente e suggestivo percorso.
Il primo brano, l'obliquo e sardonico "Hat and Beard" è un azzeccato
omaggio a
Thelonious Monk costruito su audaci conflitti di metro. Segue
"Something Sweet, Something Tender", una tradizionale ballad a sedici
misure dove il toccante svolgimento melodico della tromba confligge col "legnoso"
clarinetto basso
del leader. Nel gioco incessante degli opposti, il contrasto tra cielo e
terra, tra
"inferno" e "paradiso" (il tempo è scandito, processionale) si fa
concreto.
"Gazzelloni" è eseguito da Dolphy al flauto, in omaggio al grande flautista
italiano:
ancora un contrasto netto tra luce e ombra in un brano animato da una
magistrale tensione
collettiva. Si colloca in posizione centrale ed è realmente l'apoteosi
espressiva dell'opera: l'audace fraseggio luminoso di Dolphy è speculare
all'esplorazione
poliritmica di Williams.
"Out To Lunch", che dà il titolo all'album, è il
brano più esteso,
tumultuoso e "libero" del disco, con lunghi assoli e una tensione
sotterranea sempre
sul punto di risolversi, pur restando implicita fino alla fine. La parte di
Tony Williams
è uno dei momenti più emozionanti del drumming contemporaneo. L'album
termina con "Straight
Up and Down", che unisce la sconnessa sequenza tematica iniziale con uno
svolgimento
equilibrato e, a suo modo, lirico.
Concludiamo con un accenno alla magistrale copertina di Reid Miles,
il grafico e
fotografo che ha determinato, in quindici anni di lavoro con la Blue
Note, l'inconfondibile
design dell'etichetta. Pochi sanno che Miles non amava affatto il jazz e
scambiava
tutte le copie Blue Note in suo possesso con dischi di musica classica. La
sua foto di
copertina per il disco è un capolavoro: in tema con la musica, sembra il
frammento di
un sogno che annuncia una singolare premonizione. C'è la foto, virata in
blue, della
porta di un negozio sotto la scritta "Fuori per il pranzo!". Un orologio di
carta
indica la riapertura. Ma l'orologio ha sette lancette e segna un orario
assurdo. Forse
il proprietario non tornerà.
Anche Eric Dolphy, che annunciava dal disco la
sua intenzione
di partire, non farà più ritorno.
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