Agosto 2005
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Jazz em Agosto 2005
Fondazione Gulbenkian - Lisbona - 05-13.08.2005
Viaggio nel presente della musica improvvisata.
Libero Farne'
La recensione di Jazz em Agosto 2005, festival organizzato come sempre dalla prestigiosa
Fondazione Gulbenkian di Lisbona, e' anche l'occasione per
tentare qualche considerazione sulla continuita' e l'attualita' della sperimentazione jazzistica.
Le varie espressioni della musica improvvisata proposte negli ultimi anni dalla direzione artistica di Rui Neves stimolano
infatti la ricerca di quel filo rosso che, in modo piu' o meno evidente, lega la sperimentazione europea e quella
americana (non solo statunitense, considerato che il tema della scorsa edizione erano le recenti
esperienze canadesi - per leggere la recensione di quella edizione
clicca qui). Si possono
pertanto individuare alcune tendenze in atto all'interno dell'intricata osmosi d'influenze verificatasi fra le varie
aree culturali, fra i diversi generi musicali, fra i protagonisti di ieri e quelli di oggi; a costo poi di dover
riconoscere che alcune proposte difficilmente accettano di rientrare in una corrente o nella visione ordinatrice del
critico, reclamando una propria autonomia.
Il festival si e' aperto con una scelta emblematica e quasi nostalgica: la Globe Unity Orchestra. A parte l'innesto di
Jean Luc Cappozzo, la formazione schierava alcuni degli eroi del passato, capeggiati ovviamente dal
fondatore Alex von Schlippenbach. Calvizie e capelli bianchi (o tinti) coronano ora un immutato slancio creativo, teso
a gestire una palpitante improvvisazione collettiva. Nel concerto lisbonese, dedicato alla memoria di
Albert Mangelsdorff recentemente scomparso, agglomerazioni e distensioni delle trame del collettivo hanno lasciato emergere
intensi spunti solistici: affascinante la narrazione segmentata di Joannes Bauer, un classico la frastagliata emissione
di Evan Parker, geniale il contrappunto minimalista e "orientale" tramato alle spalle del funambolico
intervento di Cappozzo...
A confronto, e non solo per via dell'organico piu' ridotto, l'organizzazione sonora del trio Schlippenbach - Parker -
Lovens e' apparsa piu' risaputa e prolissa, anche se paradigmatica nella conformazione dell'interplay. Piu'
avvincente e imprevedibile la prova degli svizzeri Hans Koch, Martin Schutz e Fredy Studer. Per la lunga
esperienza che li lega e l'estremismo della loro visione essi rientrano a buon diritto fra i protagonisti storici della
musica improvvisata europea, della quale danno una versione estremamente cruda e ossessiva, quasi hard core, compromessa
con la musica concreta ed elettronica.
I tre gruppi fin qui descritti erano accomunati da un'indubbia onesta' culturale, oltre che da percorsi sonori ammalianti,
d'ineludibile densita'. Tuttavia e' lecito domandarsi: quanta routine c'e' in queste performance d'improvvisazione radicale? Quanto
coerente rigore o reinvenzione di se stessi? Quanta chiusura orgogliosa in una disciplina autoreferenziale e quanta
apertura verso l'ignoto? Il ventaglio delle risposte legittime potrebbe essere probabilmente ampio.
Personalmente ritengo che nella maggioranza dei casi non si possa parlare di routine, se non altro per il fatto che le
apparizioni di questi gruppi sono abbastanza distanziate nel tempo. E' invece indubbio che la loro musica si regga su
persistenze, costanti, equilibri messi a punto in decenni di esperienze comuni. Sarebbe un errore continuare a considerare
questo tipo d'improvvisazione come l'espressione di un'avanguardia dirompente e trasgressiva. Ci troviamo invece di fronte
ad un linguaggio entrato da molti anni nella sua maturita', un linguaggio con proprie regole, anche se non scritte, con precise
peculiarita' armoniche, melodiche e soprattutto dinamiche e timbriche.
Alla classe, alla partecipazione, alla consistenza degli sperimentatori di ieri, tuttora vitalissimi, i colleghi un po' piu'
giovani aggiungono o sostituiscono qualcosa di personale, arricchendo il paesaggio sonoro di deviazioni, contaminazioni,
ripensamenti, leggerezze... Il duo francese Jean-Marc Foltz - Bruno Chevillon (clarinetti e contrabbasso), gia' documentato
dal valido catalogo dell'etichetta portoghese Clean Feed, ha profuso un'eleganza allo stesso tempo austera
e astrusa, un camerismo un po' estenuato, ma di grande ricercatezza timbrica.
Straordinario, sotto tutti i punti di vista, il trio di trombe formato da Cappozzo, Herb Robertson e Axel
Doerner. Il termine "paritario", del quale spesso si abusa nelle recensioni jazzistiche, in questo caso e'
pienamente giustificato. I tre, dimostrando una sintonia perfetta e facendo largo uso di sordine, hanno creato un
intreccio mobile ed affascinante, ricco di virtuosismi, di poesia, di suggestioni.
Molti momenti del duo Foltz-Chevillon e del trio di trombe hanno fra l'altro dimostrato come l'improvvisazione radicale possa
raggiungere, con procedimenti e mezzi suoi propri, esiti analoghi a quelli perseguiti da certi compositori contemporanei
dell'ultimo quarantennio. Non e' un caso se Foltz e' anche uno dei massimi interpreti della musica di Giacinto Scelsi.
Un altro versante espressivo, quello della composizione e della preordinazione puntigliosa, a Lisbona era rappresentato dal
tentetto berlinese Ta' Lam Zehn diretto da Gebhard Ullmann (tutte ance piu' la fisarmonica di Hans Hassler).
Una complessa scrittura, eseguita senza sbavature, a volte sembrava ampliare la gamma espressiva di un quartetto
di sassofoni, piu' spesso si complicava in elaborate trame o in eccessi che potevano ricordare
Breuker o Loek Dikker, senza replicarne pero' la verve paradossale. Il rischio di proposte come questa
e' quella di cadere nell'esercizio accademico e calligrafico.
Un'ulteriore indicazione venuta da Jazz Em Agosto 2005 (confermando le impressioni ricevute in giugno da Aterforum di Ferrara
di cui ho riferito su AAJ [per leggere la recensione clicca qui] ) riguarda la vivacita' delle nuove leve scandinave.
Molte di esse, piu' o meno dichiaratamente, sembrano contrapporsi al sound codificato dalla ECM, proponendo una certa
esasperazione, un atteggiamento ludico e scanzonato. Sullo spessore di alcune di queste proposte comunque e' lecito nutrire,
per il momento, qualche dubbio.
Ipnotiche, ma presto banali, sono parse per esempio le trame techno imbastite dal quartetto norvegese Wibutee (sax, basso
elettrico, batteria e live electronics), mentre il progetto che ha visto riuniti il trio
danese Sound Of Choice, con il chitarrista Hasse Poulsen, ed i francesi dell'Ixi String Quartet ha racchiuso
diverse anime fra loro contrastanti. Composizione di stampo accademico, improvvisazione radicale, ora diafana ora
rumoristica, pulsazione piu' regolare e greve, sprazzi di jazz swingante non hanno trovato una fusione convincente.
Piu' interessante il quintetto Atomic, formato nel 1999 da giovani musicisti svedesi e norvegesi: la pronuncia
jazzistica dei singoli (molto personale il sound del batterista Paal Nilssen-Love) e' stata inglobata da una
singolare, artificiosa costruzione dei brani, a partire da temi quasi banalmente parodistici. E' appunto
quest'astrusa e inedita impostazione a costituire la peculiarita' del gruppo.
La presenza americana a Lisbona e' stata molto variegata, ma tutto sommato accomunata dal riferimento al proprio
background culturale, da un'autonoma visione, piu' lontana del previsto dall'approccio della sperimentazione europea. Questa
e' stata una delle verifiche piu' rivelatrici permesse dal confronto contestuale, che il festival ha offerto.
Mark Dresser ha costituito senza dubbio il pilastro del trio che da anni lo lega ai misurati
Denman Maroney e Michael Sarin (rispettivamente piano e batteria). La freschezza del loro interplay si e' nutrita
di suggestivi spunti tematici e ritmici, ancora pienamente jazzistici ("finalmente un po' di jazz" ha commentato qualcuno
del pubblico). Molti dei loro brani, allusivi e avvolgenti, si potrebbero definire "ballad oniriche".
Il violoncello di Erik Friedlander, in solo, ha invece emanato una compassata eleganza, una purezza di suono
e una capacita' narrativa d'impronta cameristica, pur includendo qualche cadenza di sapore folklorico. Fra l'altro, in un
festival in cui hanno predominato le performance senza soste o i brani lunghi (anche questo e' evidentemente rappresentativo
di una tendenza in atto), le sue interpretazioni brevi e ben caratterizzate sono apparse controcorrente.
Jerry Granelli (batterista californiano con sessantacinque primavere e diverse esperienze trasversali
alle spalle) e' una sorta di guru postmoderno, molto attivo in patria, poco noto da noi. Il quartetto
V16 Project (basso e due chitarre elettriche, oltre al leader) rappresenta il suo versante piu' country
ed elettrico. Un flusso continuo, in cui le soluzioni si dilatano, si addensano e si sfaldano, sembra
il commento ideale per film "on the road".
La matrice rock della musica di Captain Beefheart rimane intatta nella rispettosa rivisitazione
di Fast'n'Bulbous, settetto capeggiato da Phillip Johnston e Gary Lucas, che
vide il suo timido esordio a Reggio Emilia nell'ottobre 2001. Nel concerto conclusivo del festival non sono
bastati i quattro fiati, gli squarci chitarristici di Lucas ed i compatti arrangiamenti per trasfigurare lo
spirito dei brani originari. Cio' non toglie che l'esibizione sia stata carica di verve e di sana energia.
Foto di Claudio Casanova
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