Agosto 2004
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Intervista ad Avram Fefer
Vittorio Lo Conte
Il sassofonista Avram Fefer è certo una delle voci più interessanti che ci
siano a New York attualmente. Nell´intervista a AAJ fa un riepilogo dei suoi
ultimi anni e parla estesamente della sua ultima incisione per la CIMP
Records
All About Jazz: Ci sono molti musicisti interessanti a New York, ci puoi
fare un riepilogo di quello che ascolti attualmente in giro?
Avram Fefer: C´è tanta grandissima musica a New York, non so neanche da
dove cominciare a raccontare. Ogni sera c´è una grande varietà di eventi
musicali. Il vero problema sta nel convincere la gente a muoversi per andare ad
ascoltare i gruppi più nuovi e meno conosciuti.
Personalmente apprezzo gli incontri di mondi musicali diversi, ad esempio jazz
insieme al genere world, o all´elettronica o al funk. Suono in una band che si
chiama Dallam Dougou che comprende musicisti che provengono dall´Africa
occidentale e dall`Europa orientale, abbiamo dei musicisti che suonao il balafon
della Guinea e violinisti ungheresi. Il nostro nuovo CD New Destiny
comprende anche un flauto africano mentre eseguiamo una suite che Bach
aveva scritto originariamente per violoncello.
Ci sono molte cose interessanti a New York, non solo la nostra band. Vorrei pure
dire che la gente ha la tendenza ad essere dogmatica in termini di stili e di
approcci alla musica improvvisata, cosa che danneggia la nostra capacità di
operare in quanto comunità di artisti. Ovviamente le difficoltà economiche in
una grande metropoli rendono ancora più difficile raggiungere i nostri obbiettivi
artistici.
AAJ: Sei stato anche in Marocco a suonare. Ci parli di questa
esperienza
A.F.: Nel Giugno del 2001 sono stato invitato al festival di musica Gnawa
ad Essouira. È stata una delle mie esperienze più belle. Il pubblico, la musica,
il cibo, la cultura, è stata una cosa semplicemente fantastica. Ero già stato in
Marocco, ma questa volta fu qualcosa di magico. Ero insieme a tanti amici
musicisti - Graham Haynes, Cheik Tidiane Seik, Cyril Atef, Hamid Drake, David
Gilmore, ecc. - e ho incontrato molta gente nuova. Ho anche avuto la possibilità di
suonare con Mahmoud Guinea, suona il sintir, un´esperienza indimenticabile.
Gli Gnawa suonano una musica fortemente ritmica che cerca di portare alla
trance, fatta per ore con delle piccole variazioni e sfumature. È una musica
carica di energia, ma molti in Occidente non la apprezzano. Per me è il suono
dell´Eternità. Riguardo un aspetto estetico più generale posso dire di essee un
appassionato della loro cultura. Ogni piccola porta o finestra danno una
sensazione di trasformazione. I colori e le forme sono ovunque e lavorano
sull´inconscio di chi li osserva, allo stesso tempo liberandone il mondo
interiore. Cominciai a sentire in modo più profondo ed a capire la loro cultura.
Spero di ritornarci un giorno.
AAJ: Spesso suoni in trio, ci parli del tuo modo di suonare con questo
tipo di formazione?
A.F.: Mi piace suonare con un contrabbasso ed una batteria ad
accompagnarmi. Suono volentieri in trio, ma anche in duo, con uno soltanto di
questi strumenti. Il trio è per me un tipo di formazione che ha delle fondamenta
stabili. È una sfida in quanto manca uno strumento armonico, ma è una sfida che
porta libertà e opportunità per nuove scoperte. Enfatizza più il lato africano
che il lato europeo del jazz, è una cosa che mi prende a livello fisico.
Il mio primo disco da leader, Calling All Spirits,
resta il mio preferito.
Suono in trio con Igal Foni e Eric Revis, due strumentisti dalla
voce personale. Nessuno di noi è "limitato" dalla tradizione. Suoniamo come un
organismo unico, tanto è il livello di comunicazione fra di noi.
AAJ: Hai anche inciso con il pianista Bobby Few
A.F.: Su Few and Far
Between ho inciso in trio insieme al grande
pianista Bobby Few e al contrabbassista Wilber Morris. Mi piace
suonare con strumentisti di alto livello.
Ho suonato spesso con Bobby in duo e in Agosto siamo invitati insieme ad un
festival in Belgio. Abbiamo in repertorio composizioni di Monk e
Mingus insieme a situazioni più free ed a nostre composizioni. Bobby è un
artista molto sensibile che ascolta attentamente e che riesce ad accompagnare ed
a prendere l´iniziativa riuscendo a mantenere l´equilibrio nelle esecuzioni. A
volte suona in modo semplice, a volte arriva ad esplorare i confini fisici del
suo strumento.
È una cosa strana, suono in trio con il pianoforte ed il contrabbasso o con
batteria e contrabbasso, ma raramente ho suonato con questi strumento in
quartetto. Cerco di essere originale come musicista, di fare delle cose
interesssanti senza darmi dei limiti, reali o immaginari, all´interno di
strutture prefissate.
AAJ: Sul tuo ultimo lavoro per la CIMP vai in un´altra direzione rispetto
ai lavori di cui ci hai parlato fino adesso.
A.F.: Shades of the
Muse è diverso da quello che ho fatto fino
adesso per molte ragioni. È un progetto da studio di registrazione, non una
band con cui lavoro di solito. Ci siamo incontrati in studio per la prima volta,
non avevamo mai suonato prima insieme.
Ho cercato di fare della musica che non sarei mai riuscito a registrare altrove,
usando le possibilitá dello studio CIMP e l´esperienza dei miei sideman
in questo contesto. Ho cercato di raggiungere un suono particolare mettendo
insieme violoncello, contrabbasso, batteria e clarinetti. La maggior parte del
materiale inciso l´ho scritto apposta per questa occasione e per questi
musicisti in particolare.
Negli anni `90 sono stato a Parigi ed ho suonato in trio con contrabbasso e
viooncello, abbiamo suonato spesso in pubblico ma non abbiamo registrato. A New
York ho avuto la fortuna di incontrare il violoncellista Tomas Ulrich. Mi
sono ricordato di lui dopo una session con il batterista Jay Rosen,
abbiamo parlato di un progetto con archi e mi accennò subito all´inntesità
di Tomas oltre a a parlarmi del contrabbassista Ken Filiano, con cui non
avevo mai suonato. Ne parlai poi a Bob Rush, il quale si dimostrò interessato e ci invitò in studio.
La maggior parte della musica è stata scritta nel mese precedente alla
registrazione, proprio mentre incominciava la guerra in Iraq. Spero che la
musica rifletta le mie influenze musicali, ma anche la mie idee politiche e come
persona. Come scrivo nelle note di copertina in quel periodo avevo perso la mia
amata nonna e i miei amici musicisti Wilber Morris e Oliver
Johnson, sono sicuro che questi avvenimenti si riflettono nella musica.
Ho cercato di presentare il mio lato "soft", suonando il clarinetto e il
clarinetto basso così da creare un suono che ben si amalgama con il violoncello
e il contrabbasso. C´è molto materiale composto, ma anche molta improvvisazione,
una cosa che ha richiesto molta esperienza e creatività da parte dei musicisti
coinvolti. Tutti i pezzi, con una sola eccezione, sono stati registrati "first
take".
AAJ: "Sacred Passage" è dedicato alla tua nonna, cosa hai voluto esprimere in
questo brano?
A.F.: È stata una figura molto importante per me, non necessariamente dal
punto di vista musicale. Era una donna con molto coraggio, come ho scritto nelle
note di copertina di Shades of the Muse. Come molti altri ebrei in Europa
della sua generazione fu costretta a vivere una situazione da incubo, eppure
rimase sempre una persona molto gentile e piena di calore umano.
Da bambino ho ascoltato molta musica, incoraggiato sia da parte sua che da parte dei miei
genitori. Ascoltavano Peter, Paul and Mary e Herb Albert and the
Tijuana Brass e, quando mio padre cominciò a suonare la chitarra,
Bob Dylan così come la musica di musical tipo West Side Story e
Jesus Christ Superstar.
Durante le feste la mia famiglia si riuniva per suonare insieme. Mia zia
Fay aveva una grande voce ed ha registrato musica yiddish. Mia nonna
suonava il violino, io il clarinetto e il resto tutto quello che trovava a
disposizione, anche padelle e pentole se necessario.
Sono stati momenti magici, un modo di combinare l´amore per la vita
famigliare e le nostre radici. Ultimamente ho scoperto delle cassette di questi
incontri, sono dei momenti molto toccanti o divertenti, a seconda dei punti di
vista.
AAJ: Hai dedicato un brano a Archie Shepp e in uno parli dell´Iraq
A.F.: Si, "Shepp in Wolves` Clothing" è un omaggio a questo grande
sassofonista. L`ho conosciuto a Parigi nel 1994-95, siamo stati in studio
insieme durante la regisdtrazione di Ask Me Now.
"Gates of Baghdad" è un brano scritto usando molte notazioni grafiche. Vuole
descrivere una situazione in cui la volontà di un soggetto è forte, il controllo
limitato e le intenzioni limitate da altre forze. Ribellione, unità, bellezza o
confusione possono emergere in ogni momento. Una volta che ci si mette in una
determinata situazione possiamo solo sperare in una soluzione soddisfacente per
tutti. Fortunatamente, qui i riferimenti sono solo musicali.
Sito di Avram Fefer:
www.avramfefer.com
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