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Settembre 2002

Un ricordo di Alfredo Impullitti


Stefano Zenni

Non avrei mai voluto scrivere queste righe.

Alfredo Impullitti non c'è più: si è spento la mattina del 30 agosto scorso.

Era malato da tempo, ma ultimamente la terapia a cui si era sottoposto sembrava aver dato buoni risultati. Un'illusione.
Non ripercorrerò qui la carriera di Impullitti, che si può leggere in dettaglio su www.jazzitalia.net/artisti/alfredoimpullitti.asp.

Vorrei invece ricordarlo come persona e musicista.
Ho incontrato Alfredo molte volte e ho sempre intuito che c'erano tutte le premesse per la nascita di un'amicizia. Ma le circostanze ci hanno sempre impedito di frequentarci e così ci siamo limitati (per così dire) a una stima profonda, che mi piace pensare reciproca. Alfredo era una persona dolce e profonda, e ostinata. Incredibilmente sensibile e di intelligenza superiore. Una persona lucida e brillante, acuta e perfezionista.

Il disco che forse lo rappresenta meglio è "La geometria dell'abisso", pubblicato dalla Splasc(h) nel 1998. Il lavoro, ospite Kenny Wheeler, è ispirato dal Libro dell'inquietudine di Pessoa, un segnale forte che ci dice che per Impullitti la musica e la letteratura andavano a braccetto, che l'una ispirava l'altra e che la creatività e l'intelligenza si manifestano spesso all'incrocio di territori che - erroneamente - crediamo lontani. In quel disco è dispiegata la densità di scrittura tipica di Impullitti, che amava il peso di ogni nota, il valore di ogni suono e di ogni silenzio.
Lo stile compositivo di Alfredo era ricco, opulento ma mai ridondante: il superfluo non faceva parte del suo orizzonte, in tutti i sensi. In quel disco c'è tutto lo spessore di una persona capace di farti sentire quanto sia possente, misteriosa e complessa l'esperienza dell'esistenza.
Un sentimento simile deve aver spinto Impullitti a scrivere la "Missa" [per leggerne la recensione clicca qui], pubblicata lo scorso anno dalla Soul Note: un lavoro ciclopico, con pagine forti, quasi apocalittiche, in cui ancora un volta Alfredo aveva riversato l'ansia di comunicare la sua immane visione spirituale. In realtà lo intrigava non poco la possibilità di confrontarsi con la forma concertante, con il gioco tra solisti e tutti, con la mutevolezza dei colori, e con un organico vasto e sfaccettato. Alfredo l'ha cesellata con tutta la sua incredibile sapienza artigianale: da quelle pagine affiora l'enorme cultura compositiva, l'amore per Stravinskij, Bártok e Ligeti, il piacere di affondare le mani nella ribollente materia sonora.
Anzi, forse i riferimenti erano anche troppo scoperti: dopo l'ascolto di una demo, prima della pubblicazione del disco, glielo dissi. Alfredo era troppo bravo per limitarsi a giocare con la sua grande esperienza compositiva. Da lui tutti ci aspettavamo tanto, tantissimo. Seppi da amici che ci rimase male per quelle osservazioni. In realtà feci l'errore di non sottolineare subito - lo feci in un secondo tempo - quanto quel lavoro mi aveva emozionato e colpito, al di là del gusto citazionistico.

È terribile che Alfredo non ci sia più.
Però è straordinario che la musica che ci ha lasciato sia bellissima, e sia lo specchio fedele di quello che lui sapeva cogliere attraverso l'arte. Ci conviene inforcare i suoi occhiali tondi e scoprire un mondo incredibile che non conosciamo ancora.




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