Luglio 2004
"La vita, la natura, i rapporti umani, sono stati e sono tuttora la mia vera
fonte di ispirazione. Sono attratto dal suono, dal timbro, dal colore, tradotto in
termini concreti dall'aspetto emozionale"
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Intervista a Peppe Consolmagno
Maurizio Comandini
All About Jazz: Peppe, raccontaci un po' come hai iniziato la tua carriera di percussionista e
costruttore di strumenti musicali.
Peppe Consolmagno: Sono nate praticamente insieme e l'una ha influenzato l'altra.
Fin dagli inizi sono rimasto incuriosito ed affascinato dal suono, l'ho sempre
considerato come un mezzo di dialogo e di espressione personale. Ho iniziato a suonare
professionalmente non prestissimo, ma anche questo fa parte del mio percorso di vita. Da
adolescente mentre gli altri giocavano io lavoravo, poi da più grande quando gli altri
attaccavano lo strumento al muro, io lo incominciai a suonare seriamente. La manualità fa
parte del mio carattere e l'ho sempre messa a frutto non solo nella musica, ma anche
nella costruzione della mia casa, di parti dell'arredamento, della quotidianità.
Non mi è mai piaciuto comprare uno strumento senza conoscere la sua storia, da dove viene, chi
l'ha costruito, come lo si suona. Conoscere i materiali, le fibre e le possibilità che
offrono, permette di fare da ponte tra l'esigenza strumentale e la parte creativa. La
cosa secondo me più importante è sapere cosa si vuole, quale obiettivo ci si pone di
raggiungere. Sono tempestato da email, telefonate e lettere di persone che mi chiedono
come si costruisce l'udu, il berimbau ed altri strumenti. Il problema è che molti di loro
vogliono la formula magica, che con poco impegno gli permetta di risparmiare soldi e
tempo. Io stesso per costruire uno strumento ci impiego anni e spendo tanto denaro per
poi arrivare al "mio strumento". Non si tratta di segreti, di formule, ma di esperienza,
di conoscenza, di passione, di pazienza, di aver voglia di imparare, di saper accettare
l'iter che si deve fare per entrare in confidenza con l'arte, la storia, la cultura e con
le persone che la tramandano. Non a caso Nana Vasconcelos per primo, poi a seguire
Cyro Baptista, Glen Velez, Trilok Gurtu ed altri mi hanno chiesto di
costruire per loro i miei strumenti.
Ti racconto un aneddoto curioso su Nana:
Nana sapeva che costruivo i miei caxixi, io da parte mia sapevo che in un certo
periodo i suoi erano arrivati alla fine, ma nessuno dei due chiedeva all'altro. Poi un
giorno Nana mi telefonò e mi chiese se gli potevo fare i caxixi. La cosa
strabiliante fu il fatto che me li chiese proprio il giorno dopo che avevo terminato la
forma attuale, eccellente sotto ogni punto di vista, frutto di quindici anni di piccole
variazioni.
AAJ: Quali sono state le tue collaborazioni più interessanti con musicisti
internazionali?
P.C.: Mi fa piacere parlare più di quelle recenti, con l'augurio che possano
prendere spazio nella memoria per lasciare un bel ricordo ed essere di stimolo alla
creatività. Con Billy Cobham abbiamo suonato un brano insieme finito nel CD
Kratos e Bia
del gruppo Odwalla, del quale figuro come ospite da diverso
tempo insieme al senegalese Doussou Tourré. Kratos e Bia, pubblicato dalla
Splasc(h) è un bel lavoro, penso che sia il CD
meglio riuscito degli Odwalla, registrato da un ottimo studio mobile al Teatro
Giocosa di Ivrea in occasione del XXII Euro Jazz Festival di Ivrea nel 2002, in parte
senza pubblico e in altra con il pubblico.
Fu in questa occasione che incontrai Billy
Cobham. Si trattò di un incontro molto veloce in un Teatro Giocosa molto bello e
accogliente e su di un palco troppo piccolo per tre situazioni musicali nella stessa
serata, ma queste cose succedono spesso, fortunatamente il brano è interessante e ne
valse la pena. Proprio molto di recente ho suonato con la cantante brasiliana
Cibelle che vive a Londra, nominata BBC World Music Awards 2004. È stata una
piacevolissima sfida a buon fine, ci siamo conosciuti direttamente sul palco, scambiato
un po' di parole e abbiamo fatto il concerto insieme al suo gruppo.
A metà luglio, al
Pavone Open Jazz Festival (Ivrea in provincia di Torino) suonerò nuovamente con il gruppo
Odwalla in un progetto speciale, "Kratos e Bia: progetto per musica e danza
ispirato dai 'Dialoghi con Leucò' di Cesare Pavese". Incontrerò nuovamente i senegalesi
Doussou Tourré e Lamine Sow che vivono entrambi a Parigi, l'ultimo suona
anche con Archie Shepp. Con loro c'è un rispetto particolare, quello tipico di
certe culture extraeuropee come quella africana, basato sull'approccio musicale e sul
modo di usare il proprio strumento: peccato che gli occidentali queste cose le abbiamo
demonizzate e soffocate. Nella stessa occasione suonerò per la prima volta con il cubano
Calixto Oviedo, era il batterista di Tito Puente per intenderci. Balletto,
percussioni, solisti eccellenti, mi aspetta un buon programma. Il giorno dopo mi
incontrerò a Roma nuovamente con Nana Vasconcelos, si tratta di un incontro
speciale. Nana mi chiese diverso tempo fa se potessi trovargli la possibilità di
suonare di nuovo in Italia con Antonello Salis con il quale registrò
Lester quasi 20 anni fa, un CD memorabile. Mi propose di suonare con
loro, e da qui l'idea si è concretizzata per questa estate in un mini tour italiano.
In occasione della data per il festival "Suoni delle Dolomiti"
una parte del concerto verrà video registrato dal
fotografo Armin Linke che sta realizzando un progetto che si chiama "Alpi in
Movimento" e interessa tutto il territorio degli otto paesi attraversati dalla catena
alpina da est a ovest dell'Europa. Il progetto nella sua interezza sarà realizzato entro
la fine del 2005. In occasione della Biennale di Venezia che quest'anno è incentrata sul
tema delle Metamorfosi ci sarà un'anteprima con le riprese fatte nel corso del mese di
luglio in Trentino. Insomma un mini tour piuttosto intenso per un evento così speciale
che però avrebbe meritato molte più date.
AAJ: E invece con i musicisti italiani?
P.C.: Faccio parte di una nicchia nella quale ci sono difficoltà nell'incontrare
tanti bravi musicisti di cui ti rimane un buon ricordo. D'istinto mi fa piacere parlarti
di due personaggi con i quali sto ancora suonando. Col saxofonista Antonio
Marangolo ad esempio collaboro dal 1990, tempi memorabili concretizzati con la
partecipazione del Marangolo Quartetto Orizzontale al Festival Internazionale di
Jazz di Montreal in Canada, e con un CD pronto da allora ma mai pubblicato. Sempre con
Antonio venne pubblicato dalla Iktius Records il CD in duo
Kalungumachine ancora oggi richiesto. Entro l'estate sarà ristampato per il
decennale rinnovando la veste grafica per un'altra etichetta. Tra noi c'è una intesa
formidabile, un CD come un concerto in cui l'estemporaneità e l'improvvisazione fanno da
padrona. Con il pianista Giuseppe Grifeo è da un po' di anni che collaboriamo, sia
in duo che con il gruppo Ishk Bashad, un quartetto molto interessante con il quale
abbiamo partecipato al Festival Womad di Peter Gabriel nel 2001 con ottimo
successo. Certo non abbiamo il beat rock.oltre a me e Grifeo c'è la tunisina
Mouna Amari che canta e suona l'oud e il violinista siciliano Enzo Rao. La
musica è estremamente stimolante e di qualità... infatti si suona poco. Suoniamo tutti
acustici, con ampi spazi e rispetto del silenzio, questa cosa accade ovviamente anche nel
duo.
AAJ: Abbiamo avuto modo di ascoltare il tuo concerto a Maniago, in provincia di
Pordenone, con la cantante brasiliana Cibelle, una delle nuove muse della musica
sudamericana. Raccontaci come è andata.
P.C.: Come ti dicevo è stata veramente una bella esperienza. Tutto è iniziato
dalla telefonata di Giorgio Martelli dell'Agenzia piemontese Musica 90. Mi disse
che Cibelle faceva un tour europeo che toccava Inghilterra, Germania e Italia. Una
data italiana sarebbe stata quella al Teatro Verdi di Maniago in provincia di Pordenone
per il Festival Vocalia dedicato alla voce ed alla percussione. Giorgio
conoscendomi ha creduto subito che farmi suonare come ospite con il gruppo di
Cibelle fosse una scelta indovinata. Un'altra coincidenza è stata che
l'organizzatore del festival era da tempo che desiderava invitarmi al suo festival.
Insomma già una bella e stimolante maniera di incominciare un'avventura. L'unico e non
piccolo problema era quello che avrei dovuto incontrare Cibelle direttamente sul
palco e la sera stessa suonare con lei.
AAJ: Come sei riuscito ad inserirti così facilmente nel gruppo di Cibelle, senza
prove e avendola praticamente conosciuta sul palco?
P.C.: Giorgio mi inviò il CD di Cibelle. Lo ascoltai a lungo.
Cibelle canta in inglese e in portoghese, passa agevolmente dalla bossa nova
all'elettronica, dai ritmi tropicali al samba, dal soul al post-rock, al jazz. Insomma
tanti stimoli, ma anche tanti dubbi. I musicisti che avrei incontrato non sarebbero stati
quelli del CD, la scaletta non la conoscevo. Ma avevo familiarizzato con la sonorità, con
le dinamiche, e questo mi bastò. Quando ci siamo incontrati a Maniago, Cibelle mi
fece vedere la scaletta, alcuni brani erano quelli del CD altri erano stati rivisitati,
altri nuovi, l'avventura aumentava di intensità. Fortunatamente Cibelle è stata
molto disponibile e carina così come lo sono stati i musicisti del suo gruppo. Abbiamo
subito fraternizzato e ci siamo trovati a nostro agio, condizioni queste indispensabili
per la riuscita di qualunque tipo di progetto. A completare il quadro fu il teatro colmo
con i posti esauriti e gente rimasta fuori. Bella energia del pubblico, numerosi i bis.
Ti confesso che mi ci voleva e per quanto impegnativo, ho suonato con molta scioltezza e
libertà, mi sono stancato molto meno di tante altre situazioni, apparentemente
pianificate. Certo inserirsi così di punto in bianco non è facilissimo, ma gli
ingredienti per una buona riuscita sono: rispetto alle persone, rispetto delle idee, il
non montarsi addosso, desiderio forte di integrarsi, il dialogo. E in quella occasione
fortunatamente ci sono stati.
AAJ: Nel concerto di Cibelle abbiamo avuto modo di apprezzare una delicata ed intensa
versione di "Deusa do amor" (anche se Cibelle chiama questo brano "Olodun"), canzone della
tradizione brasileira che già aveva avuto recentemente una splendida rilettura ad opera
di Moreno Veloso con il suo progetto Moreno+2. Cosa pensi di Moreno e della sua visione
molto moderna dei ritmi brasiliani?
P.C.: Io e Moreno ci siamo conosciuti durante la sua prima tournee
italiana, con il suo bassista tra l'altro ci eravamo conosciuti a Salvador de Bahia
durante il PercPan (Festival internazionale delle percussioni diretto a quel tempo da
Nana), al quale fui inviato per un paio di edizioni come giornalista. Anche lui
come me era super impegnato a registrare e a fotografare. Poi il mio lavoro finì su
diverse testate giornalistiche italiane e la registrazione (oltre 9 ore), la utilizzai,
opportunamente ripulita e sintetizzata, per condurre una trasmissione in diretta per Rai
Radio Tre a Roma. La cosa curiosa è che quell'anno il festival si chiamava Modernas
Tradiçoes, tradizioni moderne. Come vedi. La vita va avanti, i tempi cambiano, i cicli
terminano, l'idea di modernità attanaglia chiunque nella propria vita, le notizie
arrivano in fretta, si conosce e si può conoscere tutto velocemente, quindi è normale che
specialmente chi è piuttosto giovane misceli varie forme musicali, piuttosto che creare
musiche con appena un po' di odore di etnico come spesso accade ancora oggi con un certo
filone etno. Dire rock-etnico sarebbe più corretto. Si stanno imponendo sul mercato
mondiale molti brasiliani che seguono la filosofia adottata anche da Moreno.
AAJ: Quali sono i percussionisti e i musicisti in genere che più hanno contribuito
alla tua ispirazione artistica?
P.C.: La vita, la natura, i rapporti umani, sono stati e sono tuttora la mia vera
fonte di ispirazione. Sono attratto dal suono, dal timbro, dal colore, tradotto in
termini concreti dall'aspetto emozionale. Non a caso non parlo mai di effetti o rumori,
ma di simboli. Questo è stato il tipo di approccio che mi ha guidato ad interessarmi di
altri colleghi. È stato il suono, la maniera di porsi all'interno della musica a farmi
conoscere Nana. Parecchi anni fa ascoltai piacevolmente per radio un brano, la mia
attenzione veniva in realtà catturata da alcuni suoni e poi seppi che era Nana. La
sua maniera di suonare, ha influenzato tanti percussionisti in tutto il mondo, me
compreso.
Ho ascoltato parecchia musica, oggi ne sto ascoltando molto meno, ho cercato di
conoscere percussionisti famosi, non ho mai cercato di "studiarli", ma di
conoscere le loro personalità e la loro professionalità, questo mi ha portato ad esempio
a fare amicizia con loro, come nel caso di Trilok Gurtu, di Airto Moreira e
Flora Purim, di Glen Velez o a intervistarli per dar loro modo di potersi
raccontare come nel caso ad esempio di Nana Vasconcelos, Arto
Tunçboyaciyan, di Cyro Baptista e di altri. Più in generale ho ascoltato e
adorato tantissima musica brasiliana, sono legato anche alle musiche proposte da
Manfred Eicher e consacrate nella sua etichetta ECM. Jan
Garbarek, Ralph Towner, John Abercrombie, Pat Metheny, Don
Cherry, insomma quelli che amano il silenzio e l'integrazione. Non mi piace
essere troppo influenzato, mi piace apparire e distinguermi per quello che sono. Amo
conoscere i contesti in cui andrò a suonare, capire chi e cosa troverò, se sarà
confortevole, se si creerà una buona energia.
AAJ: Qual'è lo strumento, fra quelli che hai costruito, al quale sei più affezionato?
P.C.: Indicarne uno solo è un po' complicato. Di sicuro i caxixi, il berimbau e
l'udu sono quelli a cui tengo particolarmente, con loro non sono mai in pace, sono sempre
in cerca di verificare se vanno bene, se stanno bene, se sono adatti a qualunque
situazione nella quale vengo coinvolto. Con l'udu, ad esempio, dopo varie ricerche sulla
ceramica sono passato al vetro, stimolato da Nana che mi suggerì di provare a
farlo come lui ha fatto, ma non ci si ferma mai, proprio in questi giorni dopo sette mesi
di tornio e forni ho ri-preparato un grossa quantità di vasi in ceramica, da una parte
per avere una scelta maggiore per avvicinarmi di più al "mio" strumento, dall'altra, più
vera, per togliermi lo sfizio di aver sondato le varie possibilità che questo materiale e
questo strumento permette di sperimentare. A dire il vero sono molto affezionato anche
alle mie custodie tutte personalizzate e legate al ricordo di mia nonna materna insieme
alla quale le avevo fatte. Come sono solito dire: non si inventa niente, in realtà ci
sono alcune cose attinte dal mercato che oltre ad avere personalizzato ho totalmente
stravolto: è il caso ad esempio del dumbek e del pecopeco. Al primo ho tolto la pelle e
messo in risalto la sonorità bassa della coppa e quella metallica del fusto, usando mano
e dita. Il suono è straordinario e non catalogabile. Il pecopeco è una soluzione
altrettanto stravolgente, ho utilizzato un reco-reco brasiliano, che viene suonato
strofinando le molle con una bacchetta, mentre invece io lo percuoto con due bacchette,
sfruttando le varie parti suonanti, e con degli anelli che dialogano con loro. Per me non
è importante suonare di per sé, ma dire sempre qualcosa che abbia un significato, che mi
stimoli a prendere lo strumento in mano. Dopo tutto nessuno ti obbliga a farlo, c'è tanta
gente che suona, tanto più che suonando non si diventa certamente ricchi.
AAJ: Come si riesce a conciliare il dettato della tradizione con la voglia di
innovazione? Te lo chiedo sia in riferimento alla musica, sia in riferimento alla
costruzione di strumenti musicali.
P.C.: Il proprio carattere, il rispetto della tradizione. Pur innovando tutto,
secondo me si deve sempre essere religiosamente rispettosi della tradizione. È una cosa
profonda. È un peccato dimenticare o peggio non considerare quello che già è stato fatto
prima di te. Ti puoi sentire innovativo e invece scopri di essere solo una brutta
copia... in sostanza si perde un sacco di tempo utile e si creano false illusioni. La
necessità di concretezza per me è sempre stata forte, ti fa campare in maniera faticosa,
ma è necessaria quando vuoi fare una cosa. Troppe persone hanno idee, ci
sono persone che sono un fiume di idee, ma saperle realizzare e renderle speciali è un
dono di pochi.
AAJ: Per finire una domanda frivola: sappiamo che abiti a Tavullia, patria di
Valentino Rossi. Che ne pensa il 'mitico' della musica brasiliana e del jazz in generale?
P.C.: Non lo so: vive a Londra, oggi seconda patria del Brasile.
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