Giugno 2002
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Erik Friedlander's Topaz
Container Club - Bologna - 03.05.2002
Emiliano Neri
Oltre ad essere uno straordinario musicista, Erik Friedlander si distingue per una
grande cordialità e disponibilità, e la sua collaborazione è ricercata, prima ancora che
per le doti tecniche e l'ispirazione, per la sua estrema versatilità. Che partecipi
all'ultima edizione di "Cobra" di John Zorn o si cimenti nel non meno intricato
repertorio di Masada; che sostenga le architetture di Myra Melford
piuttosto che accompagnare Laurie Anderson, rimane intatta la sua capacità di
prestare un contributo distintivo perfettamente calato nel contesto in cui si viene di
volta in volta a trovare. E quando alle sue doti di improvvisatore si uniscono, nei suoi
progetti, quelle di compositore si ha la piena dimostrazione del suo mondo sonoro, che
guarda alla scena downtown newyorkese, come alla musica orientale o agli stilemi del jazz e del rock.
Sul palco del Container Club, ultima nata tra le piccole realtà della scena bolognese
degne d'attenzione per l'accortezza delle proposte, Friedlander ha portato la sua
formazione probabilmente più rappresentativa. Il concerto ha peraltro fornito
l'occasione per una prova generale prima della registrazione del nuovo album, che si sarebbe svolta pochi giorni dopo
nella pace della Maremma toscana. La musica presentata in anteprima, in linea con la
produzione precedente del gruppo, fa ben sperare per questa nuova prova, in uscita il
prossimo anno.
Il punto di forza della formazione risiede, senza dubbio, nella ricerca sul
sound, nell'attenzione alla coesione dell'impasto sonoro e dell'apporto del singolo
strumento. Anche nei momenti di massima libertà espressiva, difatti, appare evidente un
costante ascolto reciproco, che consente di coordinare e mettere a frutto gli
spunti e le intuizioni, in maniera da non vanificare l'apporto altrui, integrandolo al
contrario in una proposta collettiva coerente, che sa rispettare e nutrirsi delle
singole individualità. I Topaz sono in grado di offrire, in maniera convincente,
l'emergenza della compiuta sintesi, naturale e innovativa, di una coacervo di universi
sonori, che la scrittura di Friedlander e lo spirito di gruppo sanno valorizzare al
meglio.
Nella costruzione del particolare sound del gruppo, gran parte del merito è da
attribuirsi all'elettrizzante coppia dei fratelli giapponesi Takeishi, che funge da potente ancora, mentre
la front line sospinge, anche con rabbia, verso vorticose altitudini. Satoshi
Takeishi, completamente affrancato da una concezione delle percussioni come mero
sostegno ritmico, procura, quasi avesse a che fare con uno strumento melodico, un vero e
proprio fraseggio, essenziale, etereo e primordiale, inventando sottili trame sonore
d'essenza quasi tribale, che sembrano avere un linguaggio proprio. Stomu Takeishi
porta - al contrario - l'inventiva urbana, moderna, meccanica della pulsazione elettrica del
suo basso, dal suono pieno, materico, antitesi e complemento di Satoshi. La voce rotonda
del sax di Andy Laster, l'elemento forse meno incisivo del gruppo, ma comunque
essenziale alla resa sonora complessiva, incarna la tradizione del linguaggio più
propriamente jazzistico, in ogni sua manifestazione. Friedlander, dal canto suo,
contribuisce con tutta la tradizione e il rigore (anche nei passaggi più radicali) del
proprio strumento, reinventandoli per adeguarli alla propria ispirazione, innovativa e
trasversale. Che si tratti di eseguire un brano in solitudine o di prestare il proprio
sostegno al gruppo, di un'improvvisazione condotta su scale orientali o della rilettura
di un brano di Santana, "Golden Dawn", della foga dell'archetto o dell'amaro commento di un secco
pizzicato, Friedlander sa prodursi invariabilmente in maniera accorta ed essenziale,
senza sbavature, senza mai scadere in una proposta routinaria, eppure senza mai
aggiungere alcunché all'essenziale.
Profondo rigore, ricerca timbrica, coerente interplay, instancabile ispirazione. Questi,
in sintesi, i reagenti responsabili di un ottimo concerto, della profondità di un sound
che scalfisce la superficie per incidersi nella memoria.
Musicus Concentus - Tradizione in Movimento
Sala Vanni - Firenze - 10.05.2001
Letizia Renzini
Colpisce fin dal primo brano la caratteristica principale del gruppo Topaz del
violoncellista Erik Friedlander: è la forte componente fisica che scaturisce dalla
musica e dall'intenzione del quartetto, qui decisamente amplificata dal contesto
intimo e celebrativo della Sala Vanni (la sala annessa al chiostro della Chiesa del
Carmine, dall'acustica fin troppo generosa).
C'è innanzitutto la disposizione del percussionista Satoshi Takieshi, al centro del
quartetto, seduto sul pavimento ed attorniato dai suoi numerosi strumenti
transculturali (quelli che sembrano a prima vista dei tamburi indiani, disposti come
una batteria); poi la tensione centripeda dell'ensemble, che suona leggermente
amplificato (Friedlander preferisce per questo ensemble l'amplificazione
elettroacustica) e con un'interazione percepibile all'occhio, oltre che all'orecchio.
Friedlander abbraccia il suo strumento, che piega alle esigenze musicali più
estreme: scompone nei primi brani la liricità innata nel violoncello e ne smorza i
contenuti romantici prediligendo un concretismo animale, in perfetto accordo con
le percussioni naturalistiche di Satoshi Takeishi.
Il suono selvaggio e virtuoso insieme dell'altosassofono di Andy Lester si rende
legnoso per esprimere tutta la vulnerabilità e l'espressività potenziali in questo
strumento (non a caso non c'è un tenore, in questa vibrante comunicativa
formazione): conquistano i momenti di dialogo con le narrazioni di Friedlander, che
nel frattempo ci ha fatto sentire la tensione emotiva di cui è capace, trasportando il
pubblico verso la "radiofonica" "Susan". Il brano di Henry Mancini registrato da
Friedlander nell'album Skin fa riflettere in concerto sulle potenzialità del gruppo: si
avrebbe ancora voglia di ascoltare le ricomposizioni narrative di musica nata
frammentata: l'andamento dispari eppur danzante che è la qualità dell'interazione
del gruppo rende superflua la restituzione di brani quadrati: arriva a proposiito il
brano successivo, "Raped Voices" di Roland Kirk, in un duo tra violoncello e
percussioni che conferma le impressioni sulla fisicità della musica e della
performance di stasera: un dialogo tra strumenti e corpi, curioso e piacevole
morphing tra uomo e strumento, e relazione tra musicisti: l'effetto, ancora una volta
è quello della danza, stavolta a due.
Segue il brano "7 Sisters", con Andy Laster al clarinetto, poi alcune composizioni
dalla forte connotazione melodica Kletzmer: in queste occasioni è il basso di
Stomu Takeishi a catturare l'attenzione, una firma dissacrante e costantemente
"avanti" (è anche lo scollamento tra il tocco acustico e l'eco dell'amplificazione in
delay a creare una sofisticata chiave di entrata) che conferma le ottime impressioni
avute ad ogni esibizione del bassista (di recente in Sala Vanni con il gruppo di
Myra Melford).
Dopo la tumultuosa "Najime" e "Skin II" è il momento dei bis: il gruppo ci lascia con
un blues, "New Orleans" che riluce di escursioni melodiche cromatiche, inserti
ritmici sudamericani, ed echi mediterranei.
Torniamo a casa soddisfatti.
Sito di Erik Friedlander:
www.erikfriedlander.com
Foto di Claudio Casanova [ulteriori fotografie del concerto di Bologna sono disponibili nella
galleria immagini]
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