Quantcast
..
NEWSLETTER
..
 
Visita il nuovo sito di AAJ Italia: http://italia.allaboutjazz.com !!!



Su questo numero

Atipico Trio

Michael Blake

Brown vs. Brown

Paolino Dalla Porta

Franco D'Andrea

Al Foster Quartet

The Fringe

Original Silence

Charlie Parker Legacy Band

Pieranunzi - Montellanico

Sonny Rollins

Rope







GLI SPECIALI AAJ SU

Herbie Nichols

Frank Zappa



LE GUIDE SIDMA SU

Thelonious Monk

Gil Evans
Parte I e Parte II

Eric Dolphy
Parte I e Parte II

Il Blues degli Anni Venti
Parte I - Il Blues rurale





Traduzioni online degli
articoli di AAJ
(translate articles)




Ascolta online




.
Recensione live

Maggio 2002

Marty Ehrlich Quartet
Sala Cassero - Castel S. Pietro Terme - 10.03.2002


Francesco Bigoni

Non di rado il musicista si ferma a contemplare il risultato della propria arte. Che lo faccia prendendosi una pausa dagli studi di registrazione o tracciando un bilancio della propria produzione (intera o recente) tramite disco, è scelta che non è da imputare soltanto alle sue personali istanze programmatiche, ma anche - e soprattutto - alle strategie editoriali; si pensi al decano Henry Threadgill che, scaricato dalla Columbia, pubblica a distanza di cinque anni Everybodys Mouth's A Book e Up Popped The Two Lips, in uscita contemporanea per la piccola Pi Recordings [clicca qui e qui per leggerne le recensioni].

Nel suo ultimo lavoro Song (Enja), Marty Ehrlich sembra dunque animato dal proposito di delineare un'idea possibile di modern mainstream, filtrata attraverso un percorso sonoro del tutto personale. Proprio il suo quartetto - con la sola assenza del pianista Uri Caine, degnamente sostituito da un ispirato Craig Taborn - è stato il protagonista dell'applaudita serata finale di Cassero Jazz (nonché ultima tappa di Crossroads a Castel San Pietro, che già nel 1998 aveva ospitato il trio Cyrille-Dresser-Ehrlich).

Il pubblico della musica improvvisata conosce Ehrlich, oltre che come polistrumentista collaboratore - tra gli altri - di Anthony Braxton e Julius Hemphill, come artista polimorfico, brillante esponente di quella sottile linea esecutiva che concilia una remota e viscerale "vocalità" strumentistica con la pragmatica assimilazione degli idiomi più nuovi e radicali. La lenta ed inesorabile progressione del brano di apertura del concerto, "Elvin's Exit", per un verso rimanda all'hard bop più materico e privo di fronzoli, per un altro alla pronuncia di un Arthur Blythe o di un George Adams. Prezioso l'apporto dei partners, i titolari Michael Formanek al contrabbasso e Billy Drummond alla batteria (già componente - assieme ad Ehrlich - del sestetto di Andrew Hill che nel 1999 ha inciso per la Palmetto l'ottimo Dusk), anch'essi avvezzi alle situazioni di confine tra mainstream e avanguardie, e il già citato Taborn, per nulla imbarazzato di fronte all'inedito repertorio.

La non comune coesione fra i membri del quartetto passa senza dubbio attraverso la condivisione di un approccio che rifiuti l'adesione sostanziale a questo o a quel linguaggio; Taborn, strumentista dal piglio brioso che coniuga con la tradizione pianistica le lezioni di Muhal Richard Abrams e Cecil Taylor, non ha fatto rimpiangere un Caine che pure era sembrato pienamente adatto al progetto discografico. Prosegue, peraltro, il proficuo sodalizio tra Ehrlich e Formanek, ora nel pieno della maturità e - potremmo dire - assurti al ruolo di capiscuola.

Ehrlich sa sfruttare appieno le possibilità timbriche dei suoi strumenti; mellifluo ed avvolgente al sax contralto, più tagliente al sax soprano, cupo e sornione al clarinetto basso (strumento del quale Ehrlich pare essere uno dei maggiori specialisti oltreoceano), e assistito, peraltro, da una ritmica decisamente sopra le righe per qualità del suono.

E un'epopea del bel suono è "For Billie", intensa ballad di Julius Hemphill magistralmente introdotta da un Formanek più che mai mingusiano e lasciata al denso lirismo di Ehrlich. Al tardo Hemphill è dedicato "Blue Boye's Blues", vivido affresco sospeso tra il free iniziale e il travolgente slow rock di chiusura, a dar prova di tutte le corde espressive a disposizione dei performers; oltre che omaggio, vera e propria dichiarazione di poetica. La stessa poetica che li conduce sui sentieri del canto, i quali privilegiano compositori come Robin Holcomb - della sua "March" spicca l'interessante gioco di compressione e dilatazione del tema - e il Bob Dylan del John Wesley Harding (Columbia) del 1968; una "I Pity The Poor Immigrant" ricca di spazi solistici ci fa apprezzare una certa vena non prettamente jazzistica, ma piuttosto globalmente americana, che ha da sempre contraddistinto i migliori lavori del polistrumentista.

Una prestazione i cui più grandi pregi sono rappresentati dal programmatico rifiuto del cliché e dalla naturale e disinteressata commistione stilistica, che rischia di far impallidire le più accattivanti proposte attualmente sulla scena.

Sito di Crossroads:
www.crossroads-it.org
Sito di EJN:
www.ejn.it


Foto di Claudio Casanova [Ulteriori fotografie di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini - clicca qui]



Home   -   Aggiungi AAJ Italia ai tuoi siti preferiti   -   invio materiale   -   invio comunicati stampa   -   suggerimenti   -   contattaci  
© 1996-2005 Tutti i diritti su articoli, foto e disegni sono riservati Riservatezza