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Maggio 2002
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Marty Ehrlich Quartet
Sala Cassero - Castel S. Pietro Terme - 10.03.2002
Francesco Bigoni
Non di rado il musicista si ferma a contemplare il risultato della propria arte. Che lo
faccia prendendosi una pausa dagli studi di registrazione o tracciando un bilancio della
propria produzione (intera o recente) tramite disco, è scelta che non è da imputare
soltanto alle sue personali istanze programmatiche, ma anche - e soprattutto - alle
strategie editoriali; si pensi al decano Henry Threadgill che, scaricato dalla
Columbia, pubblica a distanza di cinque anni Everybodys Mouth's A Book e
Up Popped The Two Lips, in uscita contemporanea per la piccola Pi
Recordings [clicca qui
e qui per leggerne le recensioni].
Nel suo ultimo lavoro Song (Enja), Marty Ehrlich sembra dunque animato dal
proposito di delineare un'idea possibile di modern mainstream, filtrata attraverso
un percorso sonoro del tutto personale. Proprio il suo quartetto - con la sola assenza
del pianista Uri Caine, degnamente sostituito da un ispirato Craig Taborn -
è stato il protagonista dell'applaudita serata finale di Cassero Jazz (nonché
ultima tappa di Crossroads a Castel San Pietro, che già nel 1998 aveva ospitato il
trio Cyrille-Dresser-Ehrlich).
Il pubblico della musica improvvisata conosce Ehrlich, oltre che come polistrumentista
collaboratore - tra gli altri - di Anthony Braxton e Julius Hemphill, come
artista polimorfico, brillante esponente di quella sottile linea esecutiva che concilia
una remota e viscerale "vocalità" strumentistica con la pragmatica assimilazione degli
idiomi più nuovi e radicali. La lenta ed inesorabile progressione del brano di apertura
del concerto, "Elvin's Exit", per un verso rimanda all'hard bop più materico e
privo di fronzoli, per un altro alla pronuncia di un Arthur Blythe o di un
George Adams. Prezioso l'apporto dei partners, i titolari Michael Formanek
al contrabbasso e Billy Drummond alla batteria (già componente - assieme ad
Ehrlich - del sestetto di Andrew Hill che nel 1999 ha inciso per la
Palmetto l'ottimo Dusk), anch'essi avvezzi alle situazioni di confine tra
mainstream e avanguardie, e il già citato Taborn, per nulla imbarazzato di fronte
all'inedito repertorio.
La non comune coesione fra i membri del quartetto passa senza dubbio attraverso la
condivisione di un approccio che rifiuti l'adesione sostanziale a questo o a quel
linguaggio; Taborn, strumentista dal piglio brioso che coniuga con la tradizione
pianistica le lezioni di Muhal Richard Abrams e Cecil Taylor, non ha fatto
rimpiangere un Caine che pure era sembrato pienamente adatto al progetto discografico.
Prosegue, peraltro, il proficuo sodalizio tra Ehrlich e Formanek, ora nel pieno della
maturità e - potremmo dire - assurti al ruolo di capiscuola.
Ehrlich sa sfruttare appieno le possibilità timbriche dei suoi strumenti; mellifluo ed
avvolgente al sax contralto, più tagliente al sax soprano, cupo e sornione al clarinetto
basso (strumento del quale Ehrlich pare essere uno dei maggiori specialisti oltreoceano),
e assistito, peraltro, da una ritmica decisamente sopra le righe per qualità del suono.
E un'epopea del bel suono è "For Billie", intensa ballad di Julius Hemphill
magistralmente introdotta da un Formanek più che mai mingusiano e lasciata al denso
lirismo di Ehrlich. Al tardo Hemphill è dedicato "Blue Boye's Blues", vivido affresco
sospeso tra il free iniziale e il travolgente slow rock di chiusura, a dar prova di tutte
le corde espressive a disposizione dei performers; oltre che omaggio, vera e
propria dichiarazione di poetica. La stessa poetica che li conduce sui sentieri del
canto, i quali privilegiano compositori come Robin Holcomb - della sua "March"
spicca l'interessante gioco di compressione e dilatazione del tema - e il Bob
Dylan del John Wesley Harding (Columbia) del 1968; una "I Pity The Poor
Immigrant" ricca di spazi solistici ci fa apprezzare una certa vena non prettamente
jazzistica, ma piuttosto globalmente americana, che ha da sempre contraddistinto i
migliori lavori del polistrumentista.
Una prestazione i cui più grandi pregi sono rappresentati dal programmatico rifiuto del
cliché e dalla naturale e disinteressata commistione stilistica, che rischia di far
impallidire le più accattivanti proposte attualmente sulla scena.
Sito di Crossroads:
www.crossroads-it.org
Sito di EJN:
www.ejn.it
Foto di Claudio Casanova [Ulteriori fotografie di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini -
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