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Intervista

Aprile 2001









"Quand'ero più giovane, avrei detto chiaramente che speravo in una rivoluzione creativa mondiale completamente spontanea; una cosa che ancora oggi suona bene e alla quale resterò legato."

Intervista a Scott Rosenberg


Jacopo Andreini

AAJ: Come sempre, iniziamo con una breve e non noiosa introduzione.

Scott Rosenberg: Siccome mi dedico alla composizione e all'improvvisazione, mi interessa mescolarle per creare una musica che sia strutturalmente intelligente ed espressivamente rilevante. In altre parole, sto cercando di costruire un sistema che permetta la creatività personale e che stabilisca al contempo un contesto significativo all'interno del quale i musicisti possano esplorare questa creatività.

AAJ: Siccome questa è una cosa che faccio anch'io, e poiché tu hai ascoltato alcune delle mie composizioni che contenevano questa idea (tra le altre), qual è l'idea principale che fa sì che la tua musica sia assolutamente tua e diversa, ad esempio, dalla mia? E qual è la differenza tra quello che stai facendo tu (organizzando modi di comporre e improvvisare) e quel che i "grandi maestri della musica contemporanea" (prego notare l'ironia) hanno fatto negli ultimi trenta o quarant'anni?

S.R.: Non posso dire di essere sicuro di aver capito quel che mi hai chiesto, ma domandarsi quale sia la differenza tra la musica di una persona e quella di un'altra è come chiedere, "qual è la differenza tra le mie impronte digitali e le tue?" Penso che la nostra musica sia l'espressione del nostro codice genetico, psicologico, emozionale e spirituale. La mia musica non è solo un riflesso di chi sono io, ma è una versione vivente di chi sono (e anzi di più, perché ci sono anche altri musicisti che partecipano attivamente).
Tutto contribuisce al risultato finale, inclusi gli intervalli e i ritmi intorno ai quali gravito, quanto rigidamente possa decidere di condurre, quanta libertà lascio nell'improvvisazione di gruppo, che tipo di energia comunico durante le prove, quanta positività o negatività installo nei miei rapporti coi musicisti coi quali lavoro, quali strumenti mi piace sentire nella mia musica, quanto buono è il mio udito (per esempio, ho bisogno che la gente suoni forte cosicché io la possa sentire, o il pianissimo è abbastanza forte per me?), quanto bene riesco a leggere la musica, qual è la mia calligrafia, a cosa dò valore in musica (precisione vs energia o intenzione), e via dicendo.
La lista potrebbe continuare all'infinito, e potrei darti risposte specifiche (nell'armonia mi piacciono le Seconde, Terze minori e nella melodia le Seste minori e maggiori e le Settime, per esempio), ma qualcuno potrebbe avere questa informazione anche solo ascoltando la mia musica, probabilmente in modo più accurato di quanto io possa dire con le parole.
La mia insoddisfazione nei confronti dell'improvvisazione dipende dalla mancanza di struttura o coscienza con la quale la viene spesso affrontata, e la mia insoddisfazione nei riguardi della composizione è la mancanza di corporeità o presenza fisica e immediatezza che può esserci. Anche se io suono un sacco di "free improvisation," una forma espressiva nella quale credo fortemente, adesso sono più interessato a scrivere composizioni che possano essere usate come canovacci per improvvisare, ma sono focalizzato allo scrivere fuori da un idioma strettamente jazz. Anche se ho un grande rispetto per la storia del jazz, ultimamente sto cercando di scrivere musica che vada al di là delle categorie.

AAJ: Ho trovato i nuovi musicisti di Chicago più interessati a suoni calmi e "ambient", pensi che possa essere un nuovo approccio alla musica improvvisata e la ricerca di una nuova estetica, o ho avuto solo un'impressione sbagliata?

S.R.: Io non mi considero un musicista di Chicago. Sono stato qui soltanto un anno e mezzo e solo ieri ho avuto il mio primo concerto all'Empty Bottle. In realtà vengo più dall'area di San Francisco e non sono molto legato alle mode della scena di Chicago. Non sono legato al campo di Vandermark e non sono sicuro di cosa sia questa scena "ambient" di cui parli. C'è un disco che è stato pubblicato dalla Hat Hut con i chicagoani che suonano la musica di Cornelius Cardew, e c'è un sacco di ambient elettronica (TV Pow, Gunshop), e Fred Lonberg-Holm e Jim O'Rourke, ecc... Penso di aver sentito gente lagnarsi di una sorta di falsa mentalità alla Morton Feldman o pseudo-minimalismo chicagoano, ma non l'ho mai provata. Qui c'è un sacco di freejazz e la piccola scena dei cani randagi del free (non-idiomatico, stile europeo) è di fatto completamente ignorata.
Avendo vissuto a San Francisco, New York e Chicago, devo dire che San Francisco ha la più florida scena di musica sperimentale e improvvisazione libera di cui abbia mai fatto parte. Per me è molto più interessante di un sacco di roba che succede qui, ma sono pochissimi i musicisti di San Francisco attivi al di fuori della loro scena.
Chicago è vista come una scena internazionale, in gran parte a causa di Ken Vandermark e John Corbett. È una cosa buona e cattiva. È buono che Chicago stia avendo questa attenzione internazionale e gli europei vengano qui a suonare, ma qualsiasi cosa succede viene filtrata dalla mentalità di questa scena. Recentemente stavo parlando del Brickhouse [N.d.R.: il locale che Rosenberg gestisce a Chicago] con alcune persone e loro pensavano che lo gestisse Vandermark. È come se la gente pensasse che Ken Vandermark sia dietro a qualsiasi cosa succede in città. Non è colpa sua, ma la stampa ha concentrato l'attenzione su di lui e continua imperterrita.

AAJ: Ok, ecco l'inghippo. Mentre ero a Chicago ho visto diversi concerti, ne ho pure suonato qualcuno fuori dal mio progetto orchestrale, ed ho visto ed incontrato alcuni improvvisatori (Aram Shelton e il suo trio, Drew Morgan e 7 days of Stockhausen e qualcun'altro) che improvvisavano in un modo calmo e quasi ambient. Ero sorpreso ed ho trovato difficile suonare con loro. Questa era la ragione principale per cui te lo chiedevo, anche perché il tuo album I E è molto legato ai drones e ambient (ti avevo detto che mi faceva pensare ad alcuni lavori vocali di Ligeti). Quindi supponevo (e mi sbagliavo) che tu fossi 1) di Chicago, 2) più addentro alla scena locale, 3) interessato a questo tipo di suoni. Conosco la situazione Vandermark/O'Rourke (e Weasel Walter), in Italia c'è una sorta di culto per la scena di Chicago (AACM e correlati, Big Black Music e correlati, Now Wave e correlati....), quindi un'altra delle cose di cui ero curioso era di venire lì e vedere con i miei occhi (ed orecchie) cosa succedeva. E non ho trovato nemmeno UNA di queste musiche, ma altre. Probabilmente è davvero l'underground dell'underground, ma è dove guardo di solito per trovare qualcosa di veramente nuovo. Sono stato per anni nel network dello scambio di nastri di musica sperimentale, ed ho ascoltato (in mezzo a tonnellate di merda) alcuni musicisti veramente interessanti. Quindi, leggendo la tua risposta, pensi che sia più interessante parlarmi della scena di S.Francisco?

S.R.: Bè, adesso sono già due anni che non vivo più a S.Francisco, quindi non so se sono la persona migliore per parlarne. Penso di essere in una strana situazione. Dall'ultima volta che ti ho scritto ho fatto un concerto all'Empty Bottle che ha avuto un grande successo con tanto pubblico e molti critici [N.d.R.: Kevin Whitehead ha recensito un disco di Rosenberg per il Sun Times]; ho ricevuto moltissimi commenti positivi; la maggior parte della gente mi diceva che stavo facendo qualcosa di "diverso". Ma in realtà è solo diverso da quello che succede qui, (e probabilmente nella maggior parte della nazione). Non perché io sia un innovatore o perché abbia creato un nuovo linguaggio, ma perché sto facendo qualcosa che non è en vouge adesso. Lavoro combinando musica da camera astratta e improvvisazione, e non mi muovo in un particolare idioma o stile jazz. Sono pieno di modelli a cui ispirarmi storicamente (da John Cage e Christian Wolff a Anthony Braxton e Ornette Coleman), e ci sono un sacco di persone che lavorano in quest'area, ma non fanno parte del giro più famoso, e i loro lavori sono riconosciuti molto raramente. Non conosco molte persone che lo fanno qui o a San Francisco. Conosco qualcuno a New York, ma niente di veramente prominente. Europa? Non saprei. Dimmi tu.
Il grosso problema è che è veramente dura, (richiede prove e tempo per scrivere e copiare le parti, ecc.), e non ci sono locali per suonare. È stato grande aver suonato all'Empty Bottle e con un'accoglienza positiva come quella che abbiamo ricevuto, ma la vedo come un'eccezione.
Non so se ho risposto - almeno in parte - alla tua domanda. Quello che volevo dire veramente è che non posso essere inquadrato in una "scena" nel modo in cui mi sentivo quando vivevo a San Francisco.

AAJ: Cosa cerchi in un musicista per collaborarci? Come costruisci i tuoi ensembles?

S.R.: Questa è una buona domanda. Ci ho pensato a lungo ultimamente visto che ho appena messo su tre ensembles [N.d.R.: The Skronktet, un quartetto, e un large ensemble]. Per un gruppo piccolo, guardo strettamente all'esperienza dei musicisti. In realtà, questo vale per qualsiasi gruppo, ma le personalità diventano molto più importanti se devo lavorare con qualcuno in maniera stretta ed in una situazione molto intima. Mi devo fidare pienamente delle persone con cui lavoro, in particolare che anche loro siano continuamente attenti a quello che suonano. Devono essere capaci di suonare un assolo sia che io gli dia o meno il permesso di farlo, e devono saper affrontare la musica che gli presento, quindi la loro capacità di leggere lo spartito è importante, anche se non è la cosa principale. Se qualcuno sa leggere e non sa improvvisare, ovviamente, non sono interessato, ma è vero anche il contrario. Mi piace lavorare con persone flessibili. Per avere un large ensemble nel passato ho preso chiunque fosse disposto ad unirsi al nostro 'viaggio', ma ora sono molto più selettivo. Penso che questo ensemble sarà formato all' 85% da grandi improvvisatori e musicisti di cui mi fiderei pienamente anche nel contesto di una piccola formazione. Ci saranno elementi che serviranno soprattutto a dare un suono pieno all'orchestra, anche se vorrei evitarlo il più possibile. Spero che, guardando a questo gruppo tra dieci anni, potremo notare che ogni suo componente si sia affermato dopo averne fatto parte.

AAJ: C'è un qualche tipo di esperienza che stai cercando di raggiungere?

S.R.: Quand'ero più giovane, avrei detto chiaramente che speravo in una rivoluzione creativa mondiale completamente spontanea; una cosa che ancora oggi suona bene e alla quale resterò legato.
Ad un livello più pratico, quando suono mi piace calarmi nello spazio magico creato dalla musica o da una composizione. La musica ci può trasportare sia come musicisti che come ascoltatori, e quando lo fa è sublime, spirituale, trascendentale, o comunque tu voglia definirla. Apre una porta su un'altra dimensione spazio-temporale ed è un posto incredibile in cui stare. Sono alla continua ricerca di quello spazio; penso alla musica come capace di lanciarti una maledizione o di fare una preghiera. Se sta solo lì e urla, non è soddisfacente per nessuno dei partecipanti.

AAJ: Che tipo di prospettiva pensi di avere essendo chi sei?

S.R.: Non sono sicuro di quello che mi chiedi (in parte a causa della diversità linguistica che ci separa) ma proverò a rispondere comunque.
Ognuno di noi ha una propria esperienza di vita, ed è proprio questo che contribuisce a dare forma alla musica, e a renderla unica. Il bello sta proprio nel fatto che ognuno di noi ha una visione diversa di quello che la musica è e può essere. Sono sicuro che la mia musica è quella che è per il fatto che vengo da una certa classe socio-economica, o che sono ebreo, o che ho vissuto in questo o quel posto.

AAJ: Questo è esattamente quello che intendevo. Vorrei che tu fossi più specifico. C'è qualcosa che tu pensi appartenga a te per chi sei, e non per la situazione in cui vivi?

S.R.: Penso che la musica abbia una notevole funzione politica. Alle superiori ero molto coinvolto politicamente, e quando ho scoperto la musica creativa dopo le scuole superiori l'ho trovata vicina al mio pensiero politico. Credo che anche solo il perseguire attività non commerciali nella nostra cultura sia un'affermazione importante, un rifiuto a considerare il lato economico come l'aspetto più importante della musica. Mettersi al di fuori del corso delle cose (anche solo facendo qualcosa che per te ha un valore umano e non monetario) è una grossa affermazione di rottura. Con questa rottura affermi che con la tua intera vita stai facendo qualcosa di importante nella quale credi. Quindi, anche se non metto in musica gli scritti di Marx, vedo quello che suono come politicamente rilevante (anche se penso che non venga assolutamente percepito in questo modo dalla maggior pare della gente che lo ascolta).

Recensioni dei dischi di Scott Rosenberg:
I E (for Large Ensamble);
are;
Compositions / Improvisations 2000 (con Anthony Braxton)

Sito della Barely Auditable Records:
www.barelyauditable.com

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