Gennaio 2003
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Matt Munisteri & Brockmumford
Circolo degli Artisti - Faenza - 10.12.2003 / Jazz Club Torrione - Ferrara - 11.12.2003
Francesco Bigoni
Il microuniverso di Matt Munisteri è attraversato da stravaganti migrazioni di
segni: il nome di Brock Mumford, misterioso chitarrista della leggendaria band di Buddy
Bolden, si contrae in un'unica parola, e va a designare un ensemble, che da un
artista del plettro e del fingerpicking, giovane e bianco, è stavolta guidato; il
siciliano picciriddu si trasforma in "Picciaridu" nel dolce ricordo di un
giovane italoamericano di Brooklyn, NY, oggi songwriter di talento, che vive -
strano! - a dieci isolati dal suo luogo di nascita.
Un songwriter puro, che canta con voce leggera e sguardo in tralice un repertorio in
parte originale, in parte attinto da Hoagy Carmichael, Mildred Bailey, o
dal misconosciuto autore Willard Robison. Qualcuno potrebbe parlare di "una
specie in via d'estinzione" - ma si potrebbe ribattere che Munisteri, con il suo
citazionismo e il gusto per il calembour e la ricombinazione di materiali sonori,
lontano tanto dal radicalismo quanto dal revival [del quale, peraltro, Jon-Erik
Kellso, il suo specialista di Pujé trumpet, è campione supremo], è dotato di
una sensibilità assolutamente contemporanea, in un certo modo "postmoderna". Si potrebbe
anche prendere a prestito il titolo di una nostra rubrica, per dire che si tratta di un
musicista borderline, che ha, forse, in un Van Dyke Parks - autore di
quella "Orange Crate Art" eseguita sul disco Love Story
e dal vivo dai Brockumford - un parente non troppo remoto.
Munisteri vive ai margini - è pure autodidatta - , e distende un amplissimo ventaglio di
collaborazioni: dal rigore di Wynton Marsalis, passa alle "nuove musiche" del
Jazz Composers Collective e alla hipness della stevenbernsteiniana
Millennial Territory Orchestra [e Brockmumford, con certo repertorio, la
fisarmonica, l'aggiunta del violino di Jenny Scheinman e della batteria di
Quincy Davis, pare una territory band].
Ma è alla testa del suo quartetto - con il già citato Kellso alla "cornetta", Will
Holshouser alla fisarmonica e Danton Boller al contrabbasso - che può
sfoggiare le doti di entertainer mostrate al folto ed attento pubblico del
faentino Circolo degli Artisti, sinceramente divertito dall'esposizione di un
corredo di aneddoti personali e musicali in un italiano dal buon accento [pessimo, a
detta dello stesso Munisteri; ma è falsa modestia]. C'è pure lo spazio per una lieve
French tinge - nella valse musette "Mysterieuse" di Joe Privat,
splendidamente interpretata da Holshouser - e l'accenno al mondo folk: quello
del "Revolvin' Jones" che, defunto, si rivolta nella tomba a causa dei ripetuti
tradimenti del lutto da parte della vedova, e quello, d'autore, del Bob Dylan
di "Don't Think Twice, It's All Right", trasfigurato in un uptempo swing.
Nel corso del set ferrarese, Munisteri risparmia molti degli aneddoti ad un pubblico
freddo e meno numeroso; si mantiene più introspettivo laddove era stato gioioso, aprendo
a svariati cambi di senso nel corso dei brani di sua composizione; limita al minimo gli
interventi solistici del lucidissimo Boller (ed è un peccato) per ovviare ad
un'amplificazione non perfetta. Si sa, il pragmatismo è il destino/condanna
dell'entertainer ...
Sito di Matt Munisteri e Brockmumford:
www.mattmunisteri.com
Foto di Claudio Casanova
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