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Intervista

eugenio colombo Gennaio 2001

Eugenio Colombo


Vittorio Lo Conte

Eugenio Colombo ci rivela le sue preferenze in fatto di musica, loda i musicisti italiani (anche se qualcuno è un pò indietro in fatto di swing, chissá se ripetesse la classe...), ci parla del suo nuovo CD e dell' Italian Instabile Orchestra, di cui adesso è presidente (e non direttore, mi dice con una bacchettata sulle dita).

La formula del quartetto di sassofoni è diventata ormai una normalità. Ci puoi parlare della tua esperienza con I virtuosi di Cave, una delle prime formazioni di questo tipo? Ascolti ancora il Rova Saxophone Quartet o altre formazioni simili? Pensi di ritornare a questa formula?
I Virtuosi di Cave avevano questo buffo nome perchè due di noi abitavano nel piccolo paese di Cave distante circa 40 Km da Roma. Non ricordo con precisione quando ci andai ad abitare ma mi pare nell'estate del 1975; in quello stesso periodo nacque il 4etto, inizialmente come gruppo di studio, poi anche come laboratorio improvvisativo-compositivo e finalmente come possibilità espressiva e concertistica.
Allora non era facile trovare partiture di musica jazz o semplicemente di musica d'insieme ed anche il mercato discografico era cosa da ricercatori; quando abbiamo cominciato a suonare abbiamo letto quel che c'era della poca letteratura classica per 4etto di sax e poi abbiamo trascritto cose molto diverse, dai corali di Bach a valzer venezuelani...
Ad un certo punto i "pezzi originali" hanno avuto il sopravvento su tutto il resto e abbiamo fatto qualche concerto anche perchè si cominciava suonare in giro e Alberto Mariani, Tommaso Vittorini e me - l'altro era Roberto Mancini - facevamo parte della sezione di sax della big band di Tommaso il Grande Elenco Musicisti.
Dopo aver suonato al festival di Lovere con entrambe le formazioni Sergio Veschi ci propose di fare un LP per la Red Records e alla fine del '77 facemmo il nostro unico disco, abbiamo ancora suonato un pò insieme poi abbiamo preso strade diverse.
Qualche anno dopo ho suonato con un altro gruppo di soli sax i Fratelli Sax ma di questo non c'è materiale discografico, solo due pezzi registrati nel disco a mio nome Curriculum Vitae, con questi ultimi (Francesco Marini, Torquato Sdrucia e Stefano Arduini).
L'improvvisazione, nel senso jazzistico, aveva una importanza maggiore che con i Virtuosi con i quali le strutture dei brani erano imperniate più sul collettivo. Non ho idea se mi capiterà ancora di fare concerti con questo tipo di formazione, certamente mi capita di avere un mucchio di amici sassofonisti e di trovarmi a suonare con loro in formazioni varie senza sezione ritmica, comunque si è parlato di costituire in seno alla Italian Instabile Orchestra un quartetto di sax con Daniele Cavallanti, Carlo Actis Dato e Gianluigi Trovesi, ma fino adesso esiste solo il brano scritto da Giorgio Gaslini all'interno di "Skies of Europe" in cui siamo solo noi con Sebi Tramontana e Lauro Rossi che alla fine si aggiungono.

Proprio in quegli anni nascevano due formazioni con lo stesso organico, il Rova Saxophone Quartet e il World Saxophone Quartet. Hai trovato quella musica di tuo gusto?
Non ho avuto la possibilità di ascoltarli in molti concerti, ma quello che ho ascoltato l'ho trovato interessante anche se mi sembra infinitamente più godibile suonare all'interno di un quartetto di sassofoni piuttosto che ascoltarlo, alla fine le idee compositive mi sembrano ripetersi e appare più un gioco interno che per il pubblico; aggiungerei comunque alla lista anche il 29th Street Saxophone Quartet.

E il solo? È una sfida tra artista e strumento o può coinvolgere anche il pubblico? Artisti come Braxton o Lacy hanno elaborato opere importanti negli anni `70.
Mi piace suonare in compagnia: il gioco che s'instaura quando si suona assieme, non necessariamente improvvisando, è uno dei piaceri del far musica. Tre o quattro volte l'anno mi capita di far dei concerti da solo, qualche anno ne capitano cinque o eccezionalmente di più, qualche anno nessuno. Non è indispensabile, ma sicuramente l'attività di concerti o registrazioni in "solo" occupa un ruolo nella mia produzione.
Quando si è soli, indipendentemente dal suonare, la nostra mente, o almeno la mia, vaga, si sposta nei recessi della memoria o si distrae perdendosi in ciò che vediamo o ascoltiamo; quindi il luogo dove si suona ha una potente funzione, non solo acustica; è naturalmente molto diverso suonare in una chiesa, ad esempio, oppure su un palco all'aperto in una piazza cittadina. Quando si fa musica da soli viene a mancare il dialogo con altri musicisti e così l'unico interlocutore è il pubblico, che anche se con gli occhi chiusi, si "sente" e da come apprezza o si allontana influenza il nostro percorso musicale. Mi sembra necessario suonare l'essenziale, restringere la motivazione e le tensioni di una idea musicale per una sola voce e, possibilmente, non far sentire la mancanza di altri strumenti; anche quando faccio parte del pubblico la concentrazione su una sola idea è, per me, la cosa più interessante del "solo". Mi piacciono molto i concerti solitari di Steve Lacy, forse il vertice della sua produzione, invece non ho una idea precisa di ciò che fa ora Braxton nei concerti in solo avendolo ascoltato unicamente un paio di volte negli anni '70 .

Il tuo lavoro al sax alto ti ha portato ad avere una tua voce originale. Quali sono i musicisti che hai ascoltato e che ascolti ancora? Sei stato influenzato da artisti come Roscoe Mitchell e Julius Hemphill?
Grazie per la voce originale. Ho ascoltato molti sassofonisti, anche se non ho idea di cosa mi abbia influenzato di più. Forse ho amato in particolar modo musicisti della tradizione come Art Pepper, Ben Webster, Cannonball Adderley, Louis Armstrong ecc.; certo, il mio idolo per molti anni è stato Roland Kirk, a cui devo l'imput per avere scelto di suonare il flauto e probabilmente ho passato anni interi ad ascoltare il quartetto di Coltrane e i vari gruppi di Ornette Coleman e di Steve Lacy, ma ho anche dedicato molto tempo alle tradizioni popolari di diversi paesi: la musica delle launeddas sarde ma anche il gamelan balinese o la musica balcanica, una grande confusione stilistica come vedi...
Non conosco bene la musica di Roscoe Mitchell, sopratutto al di fuori dell'Art Ensemble of Chicago, ed anche di Julius Hephill non so molto; penso di averlo ascoltato dal vivo ma non posseggo suoi dischi.

Qual`è stato il tuo rapporto con la tradizione mainstream in senso stretto?
Amo la musica di Dexter Gordon, di Sonny Rollins e di molti altri alfieri della tradizione jazzistica; personalmente ho studiato un pò quel mondo espressivo, è musica molto difficile e poterla suonare con proprietà è affare serio.

Quali sono le difficoltà che secondo te colleghi come Arthur Blythe o Brandford Marsalis, tanto per fare due nomi, riescono a superare e che sono insormontabili per altri?
Secondo me, questa è una di quelle questioni legate alla jazzità o jazzezza, se preferisci, personalmente me lo spiego in questo modo: il jazz non si distingue particolarmente dal "cosa", si definisce molto di più dal "come", cioè dal modo in cui un certo materiale viene suonato; in questo senso, l'apprendimento orale, pratico e legato al lavoro e non alla scuola, ha generato grandi musicisti che nonostante ciò spesso non leggevano la musica sul pentagramma, allo stesso tempo erano un condensato di jazzità.
I musicisti di oggi, americani o europei, sono musicisti "colti" nel senso che scelgono cosa e come suonare, i jazzmen di una volta facevano solo la loro musica e i casi al di fuori di questo erano una eccezione. Arthur Blythe e Brandford Marsalis mi sembrano, in questo senso, due personalità molto diverse, premetto che non li conosco molto bene e non posseggo dischi in cui loro sono leader, ma comunque li ho ascoltati numerose volte dal vivo; indipendentemente dall'età mi sembra che Arthur Blythe sia un musicista che ha incontrato la tradizione orale come training fondamentale del suo apprendimento musicale; Brandford Marsalis, invece, mi sembra essere un musicista "colto", come del resto il suo più famoso fratello, e gli riconosco una tecnica e una espressività più accademica.

Mi fai venire in mente che Arthur Blythe ha anche fatto del free funk, così un chitarrista come James "Blood" Ulmer, questa musica è secondo te un espressione della tradizione orale afroamericana? Mi sembra un musica troppo "sporca" per essere fatta a tavolino come certa fusion.
Francamente non conosco quello che hanno combinato insieme, non sono sicuro ma devo aver ascolato James "Blood" Ulmer con Ornette Coleman agli inizi degli anni '70, poi ne ho perso le tracce, la musica era naturalmente quella di Ornette, come sempre meravigliosa!

Anche artisti come Braxton o il trombettista Paul Smoker si sono dedicati agli standards, sia pure in modo eterodosso.
Si, ho il disco in cui Braxton suona Ornitology al clarinetto contrabasso con Tete Montoliu, ma non mi sembra essere il miglior disco per entrambi. Trovo che la tradizione afroamericana sia molto ricca di forme strumentali e cantate prima e dopo il bop ma nel mainstraim sono utilizzati soprattutto gli standard come base su cui improvvisare con schemi molto ripetitivi, tema soli tema, in cui solo i grandissimi riescono ad emergere e a raccontarci qualcosa.

Quali sono le incisioni di Braxton e Tete Montoliu che apprezzi di più? Ambedue hanno inciso molto, e il pianista spagnolo mi sembra abbia anticipato di molto il revival bop che con i Young Lions ha riempito le pagine delle riviste jazz.
Creative Orchestra 1976, Conference of the Birds di Dave Holland per Braxton, Ben Webster Meets Don Byas, Bouncin` with Dex di Dexter Gordon per Tete Montoliu.

Puoi fare un tuo bilancio personale sugli anni`80, sull`evoluzione della tua musica e incisoni e sul jazz in Italia in generale?
Sono stati, per me, anni di formazione. Le tappe che mi sembrano più significative sono: l'insegnamento del sassofono in conservatorio, che ho cominciato nell'84, il lavoro con la Banda di Clusone nel'88, il quartetto Fortuna con Massimo Nardi, Bruno Tommaso e Ettore Fioravanti.
Il Jazz in Italia ha vissuto in quegli anni un grande fermento, forse anche per via delle scuole di musica che erano nate alla fine degli anni '70, in tutto il paese c'erano molti giovani musicisti e ricordo di avere ascoltato molte formazioni con idee e feeling.

Pensi che tutto il fermento di quegli anni abbia dato dei frutti? Dopo tutto mi sembra che dei talenti come Massimo Urbani siano nati per caso e che le strutture intorno al jazz siano ancora poco mature in confronto ad altre realtà.
I frutti ci sono, forse diversi da quelli che ci si aspettava , ma comunque, ci sono dei gruppi oggi nel nostro Paese, molto originali e con un bagaglio tecnico-espressivo formidabile. Massimo Urbani era uno di quei talenti rari che non sono ascrivibili, non so se purtroppo o per fortuna, alle strutture o all'interesse suscitato da un genere musicale; ho avuto la fortuna di conoscerlo bene, soprattutto quando eravamo due ragazzini, e la sua perizia ed intuizione musicale erano già allora grandissime.

Musicisti come Miroslav Vitous, i pianisti Milcho Leviev, bulgaro, il russo Simon Nabatov, sono tutti musicisti molto dotati tecnicamente che scappati dal loro paese capirono che non c`era nessuna possibilità di ritorno e niente altro a cui appoggiarsi se non la loro capacità musicale e riuscirono a farsi un nome in USA. Pensi che la sua intuizione musicale avrebbe potuto portarlo a suonare anche in realtà più avanzate?
Massimo suonava la sua musica; negli ultimi anni suonava gli standards con gruppi che si raccoglievano intorno a lui la sera del concerto, certo non faceva arrangiamenti particolari o composizioni originali, la sua forza espressiva e la sua tecnica prodigiosa erano il suo unico patrimonio; non mi sembra che sia molto importante il linguaggio in cui questo avveniva, quando lui suonava accadeva sempre qualcosa, forse se avesse suonato musica barocca avrebbe funzionato comunque.... Confesso la mia ignoranza, ho pochi dischi della scena attuale e i musicisti li conosco più attraverso i concerti che per la produzione discografica; ho ascoltato diverse volte Miroslav Vitous dal vivo, mi sembra un gigante, anche per la sua statura, del contrabbasso; Milcho Leviev lo ho ascoltato moltissimi anni fa con Art Pepper in un memorabile concerto a Roma, lo ho trovato formidabile ma non mi è più capitato di ascoltarlo; conosco Simon Nabatov solo di nome.

C`è qualche collega americano che ascolti con attenzione, o la scena attuale ha poco da dirti?
Non so; ascolto sopratutto dischi del passato, jazz ma non solo, e conosco poco i musicisti della mia generazione, mi ha comunque fatto una grande impressione Steve Coleman, che mi sembra portare avanti un discorso musicale pieno di novità ma allo stesso tempo ancorato al mondo della tradizione afroamericana.

Anch`io apprezzo molto questo musicista. Quali sono le incisioni di Steve Coleman che ti piacciono di più?
Ho ascoltato molte volte Steve Coleman in concerto: con Dave Holland, e come leader in trio, in quintetto, forse le mie preferenze vanno al trio; ma non posseggo suoi dischi.

Alcuni artisti italiani si sono spostati in USA, Roberto Ottaviano ha suonato e inciso a Vienna, hai mai pensato di spostarti o sei soddisfatto dei gruppi con cui suoni in Italia?
Ho vissuto quasi tutto il 1983 a Parigi, dove ho anche inciso parte del mio Curriculum Vitae, pubblicato dalla Ismez nel 1986; per la musica è un posto veramente pieno di sollecitazioni, ma quando è arrivato l'insegnamento in conservatorio la mia vita si è ancorata definitivamente nel nostro Paese; ho, comunque, suonato ed inciso con due orchestre tedesche: la Transalpin Express Band di Ekkard Jost e il Sud Project Ensemble di Bernd Konrad, senza però mai trasferirmi dalle loro parti. Come ti dicevo prima, trovo bravi e stimolanti molti musicisti italiani e non mi sembrano ancora esaurite le possibilità ..........

Quali sono queste possibilità a cui accenni? Di dischi non proprio necessari se ne fanno ancora, ma forse in mezzo al pattume dietro la curva brillano le scintille di un brillante, mi disse tempo fa il violinista Carlos Zingaro in un`intervista... "Ho ascoltato dal vivo Oliver Lake con Sonny Simmons, quest`ultimo un pò tradizionale, e la ritmica era formata da Mark Dresser e Cindy Blackman; penso che due ritmi del genere in Italia non siano mai esistiti."
Le possibilità di cui accenno sono quelle di incontro con musicisti italiani, ce ne sono moltissimi che stimo, con cui si è parlato di fare qualcosa che ancora non si è concretizzato. Sonny Simmons è uno dei miei eroi, proprio perchè un pò tradizionale!
Hai perfettamente ragione, i batteristi e i bassisti sono quelli che più d'ogni altro influenzano il suono di un gruppo, e in particolare il piatto di un batterista americano ha, generalmente, un drive più leggero, incisivo, con swing, con quel certo non so che... La cosa più sorprendente risiede nel fatto che non è cosa tecnica, puoi ascoltarlo anche in un percussionista principiante, credo che sia un pò come parlare in dialetto, anche se si studia seriamente lo slang di un qualsiasi paese della provincia italiana, Frosinone per esempio, all'atto pratico si è subito smascherati come straniero.

Il tuo nuovo ruolo di direttore (o presidente?, scusa se non sono aggiornatissimo) della Italian Instabile Orchestra ti pone davanti a compiti sicuramente faticosi, che poco hanno a che fare con la musica. Vorrei comunque porti una domanda sui contenuti artistici del vostro gruppo.
Questa formazione sembra crescere, in che direzione vuoi guidarla? Pensi di ritornare su vecchie composizioni o rivisitare qualche standard? Quali sono le difficoltà che incontri nel fare funzionare questa formazione atipica? O pensi che il funzionamento non sia influenzabile e che la spontaneità sia la vostra arma segreta?

Sono stato eletto presidente, non direttore, è comprensibile la confusione, ma è una distinzione che implica responsabilità diverse. Il ruolo di presidente non è di guidare artisticamente l'Instabile ma per lo più quello di far quadrare i conti, perdonami la pendateria, ma forse il "pistolotto" che segue può interessare qualcuno dei lettori.
Dal 1997 l'I.I.O. è un associazione: siamo andati dal notaio abbiamo eletto nel nostro seno un presidente, un vice, gli organi collegiali ecc.; una noia pazzesca che con la musica ha poco o nulla a che spartire. Tutto ciò è stato fatto per avere un riconoscimento ministeriale per le nostre attività musicali. Il presidente dell'associazione è l'amministratore delegato a far quadrare i conti e a gestire l'attività concertistica attuata attraverso i fondi che il Ministero dei Beni Culturali ci dà a seguito delle domande fatte.
E' un meccanismo delicato ma per nulla segreto o mafioso. Funziona più o meno così: entro il 31 ottobre si fa domanda, su appositi moduli, per una attività artistica da svolgere nell'anno seguente, in cui sono specificate delle voci di spesa, ad es. cachet musicisti, ma anche noleggio pianoforte o spese tipografiche ecc...( le voci sono una ventina circa). Una commisione apposita vaglia le domande in questione, e a marzo-aprile ci fanno sapere cosa hanno deciso, in base a questo l'attività si trasforma, nel senso che raramente ti danno quello che chiedi, quindi è necessario mutare la proposta, senza modificare possibilmente il piano artistico nella sostanza, ma aggiustandolo in base alla situazione economica che si è venuta a creare.
A questo punto si fanno i concerti con una particolare attenzione a tutto ciò che bisogna consegnare al ministero alla fine dell'anno: bisogna essere in regole con la SIAE, con l'Irpef e l'Enpals ed il consuntivo deve avere una chiarezza esplicativa in relazione al preventivo presentato l'anno prima. Se tutto è fatto secondo le regole dopo circa 18 mesi ti danno i fondi. Naturalmente il presidente non fa tutto ciò da solo, nel mio caso ho un valido vice, Giancarlo Schiaffini ed un ottimo commercialista, ma è comunque un'attività che mi prende moltissimo tempo.
Venendo poi alle tue domande: all'interno della Instabile abbiamo eletto una commissione artistica composta da cinque di noi, che prende le decisioni relative alla scaletta per ogni concerto e ai nuovi brani. Uno dei principi artistici, da sempre, è la "democrazia", nel senso che tutti possono e devono contribuire al repertorio con composizioni o arrangiamenti originali.
Personalmente ho sempre dissentito, non mi sembra scontato che un buon improvvisatore sappia anche scrivere ed arrangiare per una formazione così complessa e atipica, allo stesso tempo abbiamo ottenuto dei buoni risultati, anche con questa formula. Non ho idea se c'è qualcuno che sta preparando una "instabilizazzione" di qualche standard, l'idea mi piace e l'unico precedente che abbiamo, il "Lover Man" arrangiato da Giancarlo, è sicuramente un brano tra i più riusciti. La difficoltà maggiore che incontriamo sono le prove: abitiamo in luoghi distanti e ci vediamo quando ci sono i concerti; ogni volta cerchiamo di strappare, a chi organizza e a noi stessi, un giorno in più per poter provare qualcosa di nuovo o migliorare quello che c'è già. Sarei entusiasta di avere una settimana di ritiro in cui siamo tutti concentrati sull'orchestra, ma mi sembra cosa difficile, anche perchè una delle peculiarità della Instabile è che tutti noi siamo impegnati come leader in altri progetti.

Qual`è il tuo cd che avresti voluto produrre meglio, avendone avuto le possibilità (ad es. Giuditta non è inciso al meglio...)?
Tutti! Battute a parte, il CD Giuditta inciso dal vivo a Modena nel 1995 e distribuito nelle edicole è, in effetti, una registrazione di fortuna. Quando mi fu proposto lo trovai una buona occasione per far conoscere il mio lavoro, anche ai non addetti, visto il tipo di distribuzione, nonostante fossi consapevole dei difetti di registrazione. Recentemente ho avuto la fortuna di realizzare un CD, per la Leo Records, con una nuova versione di "Giuditta" e con un altro brano di lungo respiro per la stessa formazione: "Toxon". Il disco, uscito a settembre, si intitola Tales of Love and Death [leggi la recensione cliccando qui]. Ho avuto la possibilità di registrarlo, una volta tanto, in uno studio buono e con calma, spero che il risultato si senta!

Sei ritornato ancora su "Giuditta"; vorresti ritornare ancora su qualche altra incisione per rifarla meglio? Tutti i grandi musicisti afroamericani hanno inciso le loro composizioni più volte, con nuovi musicisti, rivelandone sempre nuovi aspetti.
"Giuditta" è una storia particolare, per la scrittura e per l'organico utilizzato. Certamente sarei felice se esistesse un CD con la musica del quartetto Fortuna o dei Fratelli Sax, ma non è possibile andare oggi con altri musicisti in sala ed incidere quel repertorio, erano composizioni particolari per quei musicisti, per la verità nel mio ultimo Guida Blu c'è un pezzo del vecchio quartetto Fortuna, "Ritorno", ma in effetti il gruppo è quasi lo stesso, c'è Gianni Lenoci al posto di Massimo Nardi, ma gli altri sono gli stessi e comunque il brano ha subito una parziale metamorfosi. Era una faccenda da risolvere all'epoca in cui quei gruppi vivevano, è difficile adattare i vecchi pezzi, preferisco scriverne dei nuovi.

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